La questione cecoslovacca


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   Il desiderio di conquista del mondo obbligava la Germania all’inizio del 1938 a mirare per prima agli stati più vicini e più deboli. Dopo l’Austria si imponeva sulla carta geografica la Cecoslovacchia, formata da vasti territori appartenuti fino a venti anni prima alle antiche nazioni tedesche. La situazione non era comunque delle migliori. Lo stato slavo aveva un’ottima difesa a ovest, un valido esercito, una potente industria bellica e civile come la Skoda, un presidente incorruttibile Edvard Beneš e una forte alleanza con Francia e Gran Bretagna, che gli garantiva una valida copertura contro i progetti espansionistici di Hitler. Questi, per evitare accuse e recriminazioni, escogitò un piano diplomatico da abile giocatore d’azzardo. Egli affermava che nella regione ceca di confine, i Sudeti (molto fortifica e difficile da valicare), vivevano molti gruppi di abitanti di origine germanica e con il pretesto di voler unificare la grande nazione di lingua tedesca pretendeva la zona montuosa anche a costo di una guerra poiché egli, come salvatore della patria, aveva il dovere morale di liberare i suoi compatrioti. In realtà questi ultimi ormai vivevano serenamente sotto Praga, molti di loro tra l’altro anche perché erano nel frattempo fuggiaschi, espatriati dal giogo nazista, e non avevano nessuna intenzione di tornarvi come schiavi. Tuttavia le astute argomentazioni del Führer, intervallando suppliche e minacce, e le azioni violente dei nazisti sudeti, presentate come difesa contro il razzismo antitedesco dei cecoslovacchi, portarono le grandi potenze europee a muoversi e a intervenire affinché si preservasse l’incerta pace, convinti nella buona fede del dittatore tedesco.
   Neville Chamberlain, primo ministro britannico, iniziò quindi ad avere numerosi incontri con Hitler nel suo rifugio alpino a Berchesgaden e a Bad Godesberg. Qui tra i due nacque un’intesa diplomatica e l’inglese promise un colloquio anche con i rappresentanti di Francia e Italia per risolvere pacificamente la situazione. Il dittatore, sempre grazie all’influenza di Mussolini, come primo ministro di una nazione vincitrice della Guerra mondiale, organizzò nell’autunno di quello stesso anno un congresso a Monaco, al quale parteciparono i quattro grandi: i due dittatori, il primo ministro britannico ed Edouard Daladier, premier francese. I rappresentanti firmarono l’accordo, nel quale si sanciva il passaggio della regione dei Sudeti al Reich in breve tempo, senza per altro coinvolgere nella decisione il governo cecoslovacco. In maniera ingenua Francia e Gran Bretagna si reputarono soddisfatte e non alzarono obiezioni, anche perché il Führer ribadì anche in questa circostanza di volere solo cittadini tedeschi, non cecoslovacchi. Assicurò che questa sarebbe stata la sua ultima pretesa territoriale, avendo sanato in pieno le ingiustizie della Conferenza della pace, che aveva reso i suoi compatrioti stranieri tra loro e soggetti a paesi diversi. Mussolini insieme al ministro degli Affari Esteri, nonché suo genero, Galeazzo Ciano tornò in Italia soddisfatto, ma vide di cattivo auspicio il largo entusiasmo degli Italiani verso la pacifica soluzione raggiunta. Cosciente dell’impreparazione del paese a una possibile nuova guerra, concretizzò ancora di più il forte allineamento tra Italia e Germania, che portò alla firma del Patto d’acciaio, che sancendo un’alleanza sia difensiva che offensiva, consacrava le due nazioni come sorelle, solidali e compagne di lotta sia in pace che in guerra.
   Come è facilmente intuibile, Hitler fino ad allora aveva solo ripetuto il suo ritornello preferito, ma sei mesi dopo l’accordo siglato a Monaco, gettò la maschera e attaccò la Boemia e la Moravia. L’avanzata fu fulminea e il 15 marzo le truppe tedesche entrarono a Praga. L’annessione ora comprendeva territori mai appartenuti a stati tedeschi, annullando qualsiasi scusante di tipo culturale o etnico. Il presidente ceco Beneš venne obbligato a dimettersi e a esiliare; al suo posto i tedeschi crearono un governo fantoccio filonazista, primo di una lunga serie. L’occupazione garantiva ai vincitori un numero ragguardevole di uomini validi da utilizzare come schiavi, ampie risorse economiche e un trampolino di lancio verso Est, avendo annullato un altro impedimento strategico alla propria avanzata, che doveva con la conquista dello spazio vitale (Lebensraum), portare alla costruzione della «Grande Germania».
   Il nuovo obbiettivo fu la «liberazione» di Memel, cittadina lituana al confine con la Prussia orien­tale. In quel momento la politica di Berlino risultava chiara a tutti, ma ormai era troppo tardi per porvi un valido rimedio. I piani del dittatore erano stati scritti molto esplicitamente nel Mein Kampf, ma l’Europa li aveva sempre considerati pura fantasia, impraticabile e troppo fanatici per diventare realtà.