L'attacco alla Scandinavia


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   Gli eserciti antinazisti però non rimasero a guardare. Oltre la Manica in queste circostanza non solo le forze armate, ma tutto il popolo britannico si stava schierando per far «rinascere la gloria del genere umano». Insieme alla Francia e alla Gran Bretagna si associavano come nemiche del nazismo anche il Canada, il Sud Africa, l’Australia e tutte le altre nazioni del Commonwealth. I mari rimanevano ancora controllati dalla Royal Navy, che stava potenziando ancor di più le sue basi nel mar del Nord, a Gibilterra e a Malta.
   Hitler era consapevole che il Regno Unito rimaneva il nemico numero uno della Germania; tuttavia tra le due nazioni non vi era solo la Francia, ma anche alcuni piccoli stati per il momento pacifici e non pericolosi, ma che in caso di alleanza con i britannici avrebbero impegnato non poco l’avanzata tedesca. Il dittatore adoperò quindi la sua arma preferita, la propaganda, accusando i suoi nemici di volere la guerra e promettendo agli stati confinanti privilegi e miglioramenti. La situazione non gli era favorevole, allora scelse di ricorrere alle maniere forti. La nazione che stava più a cuore a Hitler era la Norvegia, geograficamente indispensabile per l’attacco contro le isole britanniche. Essa risultava più vicina alla Scozia della Germania, quindi basi aeree norvegesi controllate dai tedeschi avrebbero garantito attacchi vittoriosi contro le postazioni militari britanniche. Inoltre i fiordi e le insenature apparivano come ottimi porti per i sommergibili tedeschi. Tuttavia per raggiungere la Norvegia, bisognava passare per la Danimarca, ma i problemi non sembravano proprio essere questi. L’attacco iniziò il 9 aprile e praticamente in 24 ore la nazione era caduta. Per superare il mare scandinavo, le milizie tedesche inosservate trovarono riparo in navi mercantili, che giunte ai porti norvegesi poterono scaricare la letale sorpresa. Qui i conquistatori trovarono accanite difese, perché si sarebbero scontrati con un popolo ben motivato e i boschi innevati garantivano molte azioni di sorpresa contro gli invasori. La situazione precipitò per i difensori quando vi fu l’impiego dell’aviazione del Reich e dei suoi addestrati paracadutisti. I norvegesi arretrarono senza sosta verso Nord e l’avanzata fu sempre più veloce anche perché alcuni traditori abbandonarono le postazioni di artiglieria costiera, che consentirono continui sbarchi nemici. Il re Haakon venne obbligato ad abbandonare Stoccolma e raggiungere Londra, sede del suo esilio provvisorio. Intanto le marine alleate cercavano di bloccare i rifornimenti che legavano gli invasori alla madrepatria, ma la distanza favoriva i tedeschi, ai quali era più facile anche respingere i contingenti in appoggio alla Norvegia che necessitavano dell’utilizzo delle portaerei molto scomode e vulnerabili. La rotta era irrimediabile: nei palazzi governativi delle nazioni scandinave conquistate oltre a sventolare la svastica si insediarono i soliti governi fantoccio filotedeschi.
   Nel frattempo Mussolini non distolse mai la propria attenzione verso le operazioni vincenti dell’alleato, non senza una malcelata invidia. Nell’incontro presso il passo del Brennero del 16 aprile con Hitler si impegnò a entrare presto in guerra. Il Duce vedeva la vittoria in tasca all’Asse e non poteva certo permettersi di rimanerne fuori, anche a costo di utilizzare le forze armate italiane equipaggiate con poche e vecchie armi. Una Germania troppo forte e potente avrebbe messo non solo in ombra l’Italia, ma l’avrebbe presto o tardi ridotta a periferia del potere e serva dei suoi obiettivi.
 

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