La Campagna del Nord Africa (1940-1943)


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Il fronte di El Alamein
 

   Mussolini che vedeva già Alessandria conquistata, arrivò in Libia e si preparò a entrare vittorioso nella città, avendo già deciso anche le cariche politiche da assegnare per la nuova provincia. Però non aveva fatto i conti con la stagnazione del fronte di El Alamein e dopo un’attesa vana, venne obbligato a tornare a Roma. Intanto Göring richiamava gli aerei dalla Sicilia in Russia e Rommel per mala sorte divenne la vittima dell’interdipendenza di più fronti. Ciò favoriva Malta, che ritornava un’ottima base per l’ammiraglio Andrew Cunningham, che iniziava subito il piano per affondare i carichi, necessari per continuare l’avanzata dell’Asse. A El Alamein lo scontro aveva intanto inizio: Auchinleck poteva contare su 150 carri armati dell’ultimo modello, Rommel ne aveva 90, di cui 30 italiani; per di più il carburante continuava a non arrivare e le postazioni dei britannici erano meglio difese. La «Volpe del deserto» in estate tentò ugualmente l’attacco, ma le linee avversarie resistevano. Dall’Europa arrivavano manipoli di uomini e due brigate paracadutiste in piena efficienza, la tedesca Ramke e l’italiana Folgore. Quest’ultima era stata addestrata per occupare Malta, invece si trovava a piedi, senza mezzi nel deserto, a fare da rincalzo agli altri reparti di fanteria. La zona di El Alamein, larga appena 60 chilometri, si estendeva tra la depressione di El Qattara e il mare, presentandosi come una trappola per le truppe dell’Asse. Rommel si trovava isolato dalla linea di rifornimento lunga oltre 1.000 chilometri. Intanto gli italiani reggevano fino alla distruzione nella fortezza isolata di Giarabub.


El Alamein
El Alamein
 

 

La Faina contro la Volpe
 

   Prima di fare una visita a Stalin per discutere del «Secondo fronte», il 30 luglio arrivò al Cairo Churchill. Questi rimosse Auchinleck, benché avesse vinto la battaglia difensiva, e al suo posto nominò quale comandante del Medio Oriente il maresciallo Harold Alexander e mise a capo dell’8^ Armata il generale Bernard Law Montgomery. Il nuovo comandante dei «Topi del deserto», capì che le truppe inglesi non avevano bisogno di una nuova organizzazione, che di per sé era buona. Non vi erano problemi di equipaggiamento, dopo gli ultimi invii dall’America, o di struttura, che aveva retto bene a El Alamein contro i tedeschi, piuttosto era fondamentale creare un’immagine in contrapposizione al condottiero germanico, che più dei carri armati aveva creato scompiglio in Egitto. Se Auchinleck aveva emanato solo dispacci per sminuire la figura dell’avversario, il suo successore inventò su se stesso un personaggio da contrapporre a Rommel. Quest’ultimo indossava il cappello con gli occhiali di plastica (tra l’altro preda bellica, sottratti a un generale inglese) e un cappotto scuro, Montgomery gli contrappone prima il cappellone australiano e poi il basco nero dei carristi, un maglione e un corto pastrano, ben presto conosciuto come «montgomery». Così nacque la leggenda della «Faina». I nuovi ordini erano brevi e chiari: niente ritirata. In agosto preparò una trappola a Rommel, che poteva disporre di soli 443 carri, tentando l’ultimo attacco per accerchiare le truppe sulla costa, ma i britannici possedevano 713 nuovissimi carri Sherman, più altri 222 di riserva. Limitandosi a perfezionare il piano di battaglia del predecessore Auchinleck, l’8^ Armata aveva tutto l’equipaggiamento in condizione eccellente, non aveva carenze di acqua e di cibo e nei cieli regnava la Raf.
Rommel intanto parlava ancora di attacco sul Cairo e il 30 agosto si spingeva verso i campi minati, di cui gli sono state fatte ritrovare volutamente mappe false dagli inglesi. I paracadutisti cercarono invano nel deserto di creare un passaggio, ma venivano bloccati dal fuoco dell’artiglieria nemica. Il 3 settembre Rommel ordinò la ritirata dopo la disastrosa disfatta che lo riportava sulle linee di partenza. Dopo un periodo molto estenuante, il generale venne richiamato a Berlino per curarsi le malattie contratte nel deserto. Hitler e Göring gli promisero rispettivamente un grosso quantitativo di nuovi carri e la protezione aerea. Di reale però ci fu solo una stretta di mano, la nomina e il bastone di feldmaresciallo. La megalomania del dittatore tedesco portava a credere nei presupposti vincenti e nelle speranze per la sua doppia tenaglia, tra Stalingrado e l’Egitto, che avrebbe dovuto sbaragliare e atterrire il mondo. I suoi sogni annebbiavano la realtà: l’impresa e in generale i suoi piani erano divenuti pura utopia.

 

Il principio della fine

   Intanto da Mosca Stalin chiedeva con insistenza ai governi inglese e americano di aprire un decisivo fronte in Francia, ma Churchill lo rassicurò, elogiando le caratteristiche delle azioni in Africa e soprattutto di uno sbarco in Marocco a opera degli statunitensi. Il leader sovietico sembrava calmato, ma non mollava nelle sue decisioni, forte dell’immane sforzo che il suo popolo compieva ogni giorno contro il grosso delle Armate tedesche. Il primo ministro britannico ordinò quindi ai suoi uomini di attaccare in settembre da El Alamein. Montgomery fece comprendere che a ottobre l’attacco avrebbe avuto un maggiore il successo, garantendo una più rapida ritirata e la cacciata di Rommel dal Nord Africa.
   Il 23 ottobre con notte di luna piena partiva l’azione, l’operazione «Lightfoot» che si caratterizzava subito per la notevole preponderanza britannica di mezzi e di uomini sulle esili linee italo-tedesche, comandate provvisoriamente in assenza di Rommel da due validi quanto sfortunati generali, comandanti di truppe corazzate: Georg Stumme, che però morì di infarto, e Wilhelm Von Thoma, che il 4 novembre si arrese agli inglesi.
   Intanto nella parte occidentale dello stesso continente iniziava l’operazione «Torch» agli ordini del tenente generale Dwinght David Eisenhower, che non aveva mai comandato in battaglia, ma che aveva a disposizione ed era alla testa di un notevole contingente. Lo sbarco non trovò nessun ostacolo ad Algeri e a Casablanca, una modesta difesa a Orario da parte dei soldati francesi fedeli a Vichy. «Ike», uomo di caserma non molto colto di questioni politiche, si accorse presto di essere entrato nel groviglio diplomatico francese, che vedeva contrapporsi i generali Charles De Gaulle a Londra (ma con il suo esercito combattente nelle colonie a capo di Philippe Leclerc), Philippe Pétain sempre più succube dei nazisti, mentre l’ammiraglio François Darlan e il generale Henri Giraud in posizione alquanto altalenante. Eisenhower si trovò arbitro delle controversie, ma allo stesso tempo continuava le operazioni di pressione sui tedeschi, anche grazie alla grinta e capacità bellica del suoi generali subalterni: George Smith Patton e Omar Bradley.
   Nel gennaio 1943 a Casablanca si aprì una conferenza tra Churchill e Roosvelt; Stalin non era presente, ma chiedeva ancora con insistenza un fronte a Occidente. Nella riunione marocchina venne fissato per il 1944, uno sbarco in Francia, ma si sottolineava anche quello prossimo in Italia, definita ventre molle dell’Asse. In questa circostanza venne approvata anche la proposta di resa senza condizioni per le potenze nemiche, fatta esclusione dell’Italia, privilegio che avrebbe potuto favorire una sua prossima defezione dalle controversie
   Intanto Tripoli cadde in gennaio e così tramontava l’avventura di Rommel in Africa; in maggio fu la volta di Tunisi, con la resa di tutte le forze comandate dall’abile maresciallo d’Italia Giovanni Messe, con l’abbandono di tutte le speranze africane: tutto era pronto per sfidare li continente europeo!