La Prima guerra mondiale (1914 - 1918)


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L’Intesa in crisi

   Alla fine del 1916 gli Imperi centrali erano logorati per le grandi perdite subite, ma non erano da meno i loro avversari. Questi ultimi speravano di sferrare attacchi simultaneamente per rinsaccare i nemici e obbligarli alla resa. Per rendere fattibile l’obiettivo si cercò di rinnovare i piani fino ad allora sviluppati; a Parigi avvenne la sostituzione del generale Joffre, il vincitore della Marna, con il più giovane Robert Nivelle. Questi risultò all’inizio più energico e ottimista del precedente, ma le sue mosse, studiate accuratamente a tavolino portarono solo a vittorie momentanee, che in realtà erano facilitate dai temporanei arretramenti degli stessi tedeschi, organizzati appositamente per dare più slancio ai contrattacchi successivi. I risultati però si risolveranno in vittorie di Pirro per Nivelle, che verrà presto destituito in favore del generale Philippe Pétain, il nuovo eroe di Francia, da poco tornato vincitore dalla campagna difensiva di Verdun.
   Anche in Italia i giochi erano pronti per sbloccare il fronte. Cadorna, in base agli accordi interalleati preparò la decima battaglia dell'Isonzo per il 14 maggio 1917. L’operazione ottenne un ottimo successo e le conquiste territoriali risultarono adeguate allo sforzo, ma raggiunte le vette più alte si posero forti dubbi al comando italiano, che risultò indeciso se continuare con l’attacco ai ripidi monti o aspettare e difendersi da una possibile offensiva nemica come quella dell’anno prima. La decisione di Cadorna fu quella di avanzare per bloccare l’accesso alla vallata da Nord. Il Monte Ortigara, vero dominatore della zona, si presentava nudo, tondeggiante con le sue vette a 2.105 metri. Per di più gli austriaci, su postazioni più elevate, lo tenevano con trincee in roccia, caverne e più ordini di reticolati. Il compito italiano si presentava impegnativo, ma la tattica era valida, anche perché i mezzi impiegati potevano essere molti ed efficienti, come le promettenti bombarde. Il giorno dell’attacco, il 10 giugno, pioveva e le nuvole avvolgevano le sommità dei monti, tutti fattori che impedivano il regolare uso dei cannoni. Il solo attacco della fanteria era insufficiente e nessun comandante ordinò la ritirata per paura di confermare il fallimento, che del resto era palese già dall’inizio della giornata. Intanto si tentava di sfondare il fronte anche con l’ausilio di ponti di barche sull’Isonzo, ma entrambi gli eserciti erano sfiniti. L’Italia fu quindi costretta a rinunciare a un attacco profondo, mentre l’Austria in condizioni non delle migliori chiese rinforzi al Kaiser per sistemare la questione sulle Alpi.