La Prima guerra mondiale (1914 - 1918)


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L’Italia in guerra

   Il governo di Roma con la sua dichiarazione di neutralità del 2 agosto 1914, di principio legittima (ma discutibile nel contesto pratico) rispetto agli accordi che lo legavano a Vienna e a Berlino, venne fatto bersaglio di accuse di tradimento dalle vecchie alleate. Intanto l’opinione pubblica si stava dividendo tra neutralisti e interventisti, tra coloro che giudicavano la pace come principio inderogabile e coloro che consideravano la guerra «rigeneratrice dei popoli». Per essi sarebbe alla lunga stato inevitabile un intervento anche dell’Italia nella lotta per la sopravvivenza delle nazioni. In sintonia con questo spirito bellicoso dal luglio 1914 gli ambienti nazionalisti e industriali diedero impulso a una politica di riarmo, soprattutto seguendo l’indirizzo del generale Luigi Cadorna. Le armi venivano importate dall’estero, ma dopo lo scoppio della guerra le industrie straniere avevano iniziato a lavorare esclusivamente per le proprie forze armate. Pertanto a seguito di una conversione industriale su vasta scala, solo nel 1916 le industrie italiane riuscirono a raggiungere una produzione adeguata al tipo di guerra totale, ormai divenuta a pieno titolo «Grande».
   Nel frattempo l’opinione pubblica rimaneva divisa sul da farsi e l’atteggiamento della maggioranza parlamentare, schierata con il pacifismo di Giovanni Giolitti, si mostrava restia a impegni gravosi per il paese. Tuttavia il governo non disdegnò da molteplici trattative segrete per risolvere a proprio favore il perdurare dello stato belligerante e del relativo sforzo degli altri popoli. L’atteggiamento italiano di voler ottenere il massimo con il minimo sforzo, barattando una benevola neutralità in cambio nell’immediata cessione delle zone asburgiche contenute nell’arco alpino non poteva che indispettire gli Imperi Centrali, già di loro in difficoltà con le numerose minoranze nazionali all’interno dei loro confini. Questo stato di cose portò per logica l’Italia ad augurarsi la sconfitta di Vienna e Berlino. Se esse avessero vinto la guerra non avrebbero perdonato all’Italia il suo comportamento opportunistico. In tal senso l’unica speranza per Roma era augurarsi la vittoria dell’Intesa, che sembrava invece voler concedere interessanti compensi in caso di discesa in campo al suo fianco. E’ in questa logica che si comprende l’atteggiamento del governo Salandra-Sonnino che dopo aver cercato invano di trattare con Vienna per la cessione di Trento e di Trieste in cambio della neutralità, iniziò in un giro di valzer con l’altro schieramento. L’Italia venne con insistenza corteggiata dall’Intesa per un proprio impegno al suo fianco, ma in alcune occasioni anche minac­ciata, perché i rifornimenti alimentari erano sotto il controllo britannico; quindi, per non ridurre il paese alla fame, il governo nel marzo del 1915 iniziò le trattative per le condizioni dell’intervento italiano proprio al fianco dell’Intesa. I contatti diplomatici nel massimo segreto furono conclusi il 26 aprile con la firma del Patto di Londra, che restò ignoto ai molti, com­preso Cadorna che apprese per puro caso dell’attacco all’Austria solo venti giorni prima del giorno fissato. Questa mancanza di coordinazione sarà la causa del primo svantaggio dell’esercito italiano e dell’inevitabile iniziale impreparazione tattico-stragica. Il patto garantiva all’Italia alla fine della guerra il Trentino e la porzione di Tirolo fino al Brennero, la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, nonché altri compensi non ben precisati nell’Adriatico meridionale e in Asia Minore. La notizia dell’imminente possibilità di imbracciare le armi infiammò le due parti avverse e i suoi esponenti nelle «radiose giornate di maggio»: D’Annunzio per gli interventisti, Giolitti per i neutralisti. I primi, minoranza nel paese, riuscirono a attrarre a sé le masse e forzare il volere del Parlamento, che in uno stato di agitazione e emotività si rassegnò alla decisione di abbandonare la neutralità, rompendo con il sistema dell’equilibrio sancito nel quindicennio precedente da un ormai inascoltato Giolitti. Dopo un periodo politico critico, Salandra, ottenuti i pieni poteri, sancì la risposta al futuro dell’Italia nella guerra.

Il Popolo d'italia

 

L’Isonzo

   L’impegno italiano iniziò il 23 maggio, giorno della dichiarazione di guerra, mentre il giorno successivo vi fu il reale attacco nel Carso, che in collaborazione con il fronte russo avrebbe dovuto stringere tra due fuochi i nemici. La realtà apparve però subito diversa dalle aspettative. Il grave arretramento delle forze dello zar e la vittoria austro-tedesca di Gorlice-Tarnow non favorivano certo gli italiani, che anzi videro subito davanti a loro schierate ingenti truppe, anche tedesche, trasferite dal fronte orientale. I com­battimenti montani si rivelarono scomodi e pericolosi; le postazioni privilegiate austriache più in alto rendevano ancor più ostico il compito della fanteria italiana, che riusciva comunque a ottenere importanti successi sulle Dolomiti e nella valle dell’Isonzo, come la conquista del Monte Nero. Per la difesa di Gorizia le truppe degli Imperi Centrali ebbero bisogno di rinforzi provenienti dal fronte russo, dando quindi respiro all’esercito zarista. In questo frangente si svolsero le prime quattro battaglie dell’Isonzo.

 

Truppe Italiane sull'IsonzoTruppe Italiane sull'Isonzo