La Prima guerra mondiale (1914 - 1918)


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I presupposti del conflitto

    La Belle époque si era imposta per quasi cinquanta anni con il suo spirito di trasgressione, di euforia e di spensierata pace; per rintracciare una vera guerra avvenuta in Europa, che abbia investito tra loro grandi paesi (quindi volendo escludere le imprese coloniali e le controversie nei Balcani) bisognava ritornare al lontano 1870, quando le armate del Reich avevano piegato il debole Secondo Impero francese, umiliando la grandeur nazionale e brindando alla salute del Kaiser nella Sala degli specchi nella reggia di Versailles. Questo evento però, anche se aveva sancito il termine dei contrasti europei, in parallelo aveva prodotto dopo di sé numerosi squilibri e rivendicazioni che non poche nazioni del vecchio Continente avevano maturato in corpo per quasi mezzo secolo. In questo periodo avvenimenti di notevole effetto si erano susseguiti, le cancellerie e i diplomatici molto avevano appuntato sulle cartine geografiche e l’alone di un’imminente guerra non era oscuro a nessuno; anzi tutti i paesi in lizza attendevano, quasi con un’intrepida ansia, la scintilla per entrare in un conflitto, che finalmente avesse ridimensionato l’Europa e la portasse alla definitiva pace con confini determinati. In questa logica se Alsazia e Lorena rappresentavano un punto fisso per la Francia, anche per l’Italia dopo un Ottocento molto bellicoso il compimento del Risorgimento non poteva che compiersi con una collocazione internazionale di primo piano del paese sia nel Mediterraneo, sia nel pieno controllo delle Alpi.
   Gli attriti tra le nazioni erano molti e riconosciuti da tutti. La zona balcanica era un cosiddetto punto caldo, dove si incastonavano numerose culture, popoli e nazionalismi primo fra tutti quello slavo. La geopolitica non sempre rispecchiava l’unità popolare ed etnica, ma più i desideri strategici degli imperi confinanti. L’impero di Austria-Ungheria, ormai in un declino ancora non scritto, ma intuibile, si trovava a difendere regioni a esso ostili e più indirizzate verso la piena indipendenza, come la Serbia. Anche la Russia mirava nei Balcani come proprio territorio di caccia. Lo zar possedeva milioni di chilometri quadrati di territorio, ma ciò che gli mancava era un reale sbocco sul mare, fattore che non solo lo indirizzava a un’eventuale guerra contro Vienna, ma anche a una contro l’Impero Ottomano, che manipolava a suo piacimento la parte orientale del Mediterraneo, ostacolando fortemente l’occidentalizzazione della Russia. La Turchia, considerato l’«uomo malato d’Europa», ormai privata del territorio libico e dello strategico Dodecaneso, intravedeva anch’essa la morte del suo dominio millenario; la Gran Bretagna, nel periodo d’oro dell’età coloniale, pretendeva il Medio Oriente, sia come punto di passaggio per l’India, perla del suo impero, sia per la regione in se stessa perché intuiva l’importanza delle ricche risorse del sottosuolo, di cui l’aspro deserto era fertile. La potenza britannica si trovava però in duello anche vicino casa e soprattutto in quel settore da sempre a lei più congeniale. La nuova marina della Germania, oramai nazione imperiale e coloniale indiscussa, sfidava non poche volte il naviglio inglese, che vantava secoli di gloria e quindi si trovava obbligato a difendere la sua posizione privilegiata sui mari. Rima­nendo nell’ambito tedesco, non va dimenticato che Berlino, nel suo apogeo espansionista nella Mitteleuropa, dava fastidio a molti paesi confinanti anche per terra. I francesi si leccavano ancora le ferite di Sedan, ma non dimenticavano per questo l’amara onta subita: le proprie energie, seppure nel periodo precedente indirizzate verso le colonie, erano sempre rivolte a recuperare l’Alsazia e la Lorena, non intendendo più far sfruttare queste regioni dai dirimpettai del Reno. Se a ovest Parigi rappresentava un motivo di contrasto prima o poi da regolare, a est la Germania non aveva situazione migliore: la Russia, nel suo slancio occidentale, non disdegnava le terre tedesche, che in realtà erano polacche e quindi per Mosca sorelle slave da «salvare» dal dominio teutonico. Per concludere c’era l’Italia, che, come si è detto, volendo ritagliare anch’essa un posto nel Concerto delle potenze non poteva che coltivare grandi ambizioni sia in campo coloniale sia in contesto continentale, sentendo come una canna di pistola puntata la penetrazione austriaca al sud delle Alpi.

 

Gli schieramenti prebellici

 

   Nel giugno del 1914 l’Europa era ancora in pace. Nessun avvenimento decisivo, anche se i motivi e gli attriti come si è visto abbondavano, portava alla guerra. Tuttavia le sei grandi potenze non avevano esitato negli anni precedenti a stringere legami diplomatici più o meno forti e vincolanti tra di esse. Da una parte vi era la Triplice Alleanza, che raccoglieva l’Impero germanico, l’Impero austro-ungarico e il regno d’Italia. In effetti questo legame rappresentava una reale incognita nella logica dei propri obiettivi primari per il governo di Roma, che nel timore di rimanere isolato si era trovato a legarsi per forza di cose con la nemica di sempre: l’Aquila asburgica. Con il passare degli anni gli interessi erano gradualmente scemati e per questo anche la reciproca fiducia non era delle migliori. Vienna e quindi Berlino in quel periodo mostravano più simpatia per Costantinopoli, trovando l’Italia non del tutto affidabile, anche per un incerto scenario geopolitico di mire comuni (l’espansione in Adriatico, in Carnia e nel Tirolo meridionale per l’Italia) e un poco chiaro trattato di intervento in caso di ostilità contro paesi terzi.
   Dall’altro lato vi era invece la Triplice Intesa (che in senso tecnico non era una vera alleanza, ma piuttosto la fusione di trattati bilaterali di amicizia), formata dal Regno Unito, dall’Impero di tutte le Russie e dalla Repubblica francese. Per il momento Belgio, Olanda, Lussemburgo e Svizzera, non belligerante per antonomasia, si dichiaravano estranee a ogni legame diplomatico. La zona danubiano-balcanica invece, frammentata più che mai, risentiva delle spinte centrifughe delle comunità nazionali distribuite in maniera variegata e spesso discontinua tra stati diversi, creando una condizione di perenne incertezza e instabilità socio-politica della regione. I rispettivi governi nazionali, per questo, si trovavano in una situazione particolare: croce e delizia delle potenze maggiori che ad alternanza e in modo reciproco si offrivano come protettori contro gli avversari, ma sempre con l’obiettivo di estendere le proprie aree di influenza a danno degli altri contendenti.
   Questo era lo scenario: lo stato di cose portava ciascuna potenza a essere virtualmente pronta a entrare in guerra al fianco di quella diplomaticamente più vicina, che fosse stata attaccata o minacciata da una o più potenze del gruppo avversario, ma nessuno sapeva quando e dove i primi colpi di artiglieria avrebbero iniziato a sparare. Ne risultava un equilibrio instabile di forze, per cui i governi delle sei grandi potenze cercavano di tutelare i loro interessi e di soddisfare le loro pretese mediante sottigliezze diplomatiche. Nella logica delle alleanze appariva necessario evitare di trovarsi nel ruolo di provocatori e quindi di conseguenza responsabili di una guerra europea, salvo poi non poter beneficiare dell’appoggio degli eserciti amici.
   Fra le sei potenze, l’Italia come si è visto era in una situazione particolare, poiché era chiaramente sancito nel Trattato della Triplice Alleanza che non era impegnata a entrare nelle controversie a fianco delle sue alleate se la guerra fosse stata provocata da una di esse; in aggiunta a ciò era obbligatorio un accordo preventivo fra le tre potenze prima di compiere atti che potessero provocare un conflitto. Il governo di Roma aveva inoltre concluso nel 1902 con il governo francese un accordo segreto per cui l’Italia sarebbe rimasta neutrale nel caso che la Francia fosse stata aggredita senza sua provocazione.
   La delicata posizione giuridico-internazionale italiana non favoriva certo Vienna, che intenzionata a metter fuori gioco una volta per tutte la scomoda Serbia, sapeva che se avesse attaccato direttamente lo stato slavo, avrebbe avuto la Russia in armi da una parte e l’Italia non belligerante dall’altra, perché per quest’ultima non sarebbe scattato il casus foederis, necessario all’intervento armato al suo fianco. Per questo motivo un attacco austriaco non sarebbe stata la migliore mossa per la duplice monarchia retta dall’ormai ultra ottantenne imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, ammonita già nel 1913 dalla diplomazia europea per l’ipotesi di attacco armato contro la Serbia.

 

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