Il secolo della violenza


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   La storia del Novecento, forse mai in modo così travolgente rispetto agli altri secoli, risulta di continua riscrittura e frutto di sempre più eclettiche interpretazioni. Sarà per quel fluire incessante, che dalla “storia moderna” si è staccato in “storia contemporanea”, per raggiungere chissà quali altre innovative classificazioni, ma l’ultimo secolo, che ormai ci siamo chiusi alle spalle circa un decennio fa, appare un continuo catalizzatore di interessi e di ispirazioni.
   Definito già “secolo breve”, “secolo lungo”, secolo della “fine della storia” o sintesi delle più variegate contraddizioni dei nostri tempi, esso è e rimane il periodo in cui si sono toccati gli antipodi umani, sintetizzati con Auschwitz o Hiroshima da una parte e con lo sbarco sula Luna o con la quasi raggiunta intelligenza artificiale dall’altra.

La bomba atomica

   In questo vortice di fatti e considerazioni si inserisce il lavoro dell’abile storico britannico Niall Ferguson, di solide basi accademiche, ma con altrettanto spirito libero, capace di spaziare e innovare. Già autore di interessanti lavori sul capitalismo e sull’imperialismo britannico, questo professore di Harvard nel suo recente “Il secolo della violenza” descrive in modo molto accurato la sua personale interpretazione del Novecento. Partendo dalla constatazione che in esso vi è stata una concentrazione assoluta e relativa di guerre e di morti, egli cerca di inquadrarne gli eventi sotto un profilo socio-economico, sia sotto uno antropologico, dove le pulsioni animalesche dell’uomo non sembrano essere poi così lontane rispetto al puro raziocinio post-illuminista.
   Ferguson trova dei riferimenti ricorrenti nei cento anni esaminati, incorniciando nella Mitteleuropa una regione quasi inevitabilmente soggetta a terremoti politici dai retroscena funesti, per via dei suoi gruppi molto radicati e variegati di ebrei, tedeschi, slavi etc. Ciò ovviamente non ha evitato al resto del mondo di vivere in modo tranquillo, se a partire dall’estremo oriente, fino ad arrivare alle nazioni più periferiche dei morenti imperi coloniali, l’odio, la vendetta e la cupidigia hanno portato coalizioni a scontrarsi in lotte bestiali, dove le armi tornano ad essere primitive come l’uso bellico dello stupro.
   Massima attenzione è dedicata all’aspetto economico, dove le fluttuazioni delle obbligazioni e gli indici azionari sembrano essere alternativamente il barometro delle emozioni sociali oppure lo scollamento completo tra sogno e realtà. Interessante verificare che all’alba delle grandi sciagure, come la Prima guerra mondiale oppure la crisi del 1929, anche i più avvezzi rampolli della nobiltà capitalista potessero credere in lunghi anni di benessere e lauti profitti.
Simmetricamente, di fronte a cotanto dramma socio-economico le reazioni, a ben vedere, non sembrano poi del tutto differenti, se lo stesso autore, prendendosi gioco del lettore, prima presenta un programma reazionario e dai tratti liberticidi del 1933, per poi gettare la maschera. Sembra scritto da Adolf Hitler, quando invece si scopre che l’autore è invece il democraticissimo Franklin Delano Roosevelt!
   Molta attenzione è data ai totalitarismi, come è ovvio, e altrettanto alle due guerre mondiali, dove le fratture socio-nazionali sono entrate in conflitto in modo maggiore e con più picchi ancora più cruenti. In proporzione poco spazio è dedicato al periodo successivo al 1945, ma nella logica bipolare della seconda metà del secolo i due ultimi capitoli inquadrano lo stesso le tappe fondamentali di quella lunga stagione. Seppur mai imboccando la via della guerra globale atomica, le due superpotenze hanno senza soluzione di continuità imbracciato, in via indiretta, le armi in lotte macroregionali di stampo post-coloniale di notevole crudezza. L’atroce cinismo dimostrato per nulla si declinava con le rispettive moralità autoimposte dalle democrazie, fossero esse occidentali o socialiste.
   Nel complesso un ottimo libro di storia, forse con una sovrabbondanza di citazioni di “gente comune”, ma anch’esse sintomatiche di una chiave interpretativa fatta anche dal basso. Un po’ affrettate poi alcune osservazione dell’autore, che per esempio in una corale esaltazione di Winston Churchill, vorrebbero attribuire la lungimiranza di una parte del partito conservatore per una rapida alleanza anglo-franco-ceco-sovietica in funzione antitedesca già nel 1938.
   Tuttavia una nuova occasione per parlare ancora di storia, soprattutto tentando di liberarsi di quelle goffe dispute tra revisionisti e antirevisionisti, che per esempio in Italia ancora non sempre permettono una serena e riflessiva analisi dell’ultimo secolo, di cui nel bene o nel male il nostro Paese si è vista una delle protagoniste principali della scena politica.