La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea


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   La storia, in quanto narrazione e interpretazione di fatti più o meno tragici dell’esistenza umana, è soggetta in modo ricorrente ad un variegato e forse inevitabile uso politico. Questa debolezza non appare quindi una novità, anche se nei suoi risvolti – di massima negativi – può favorire dibattiti e ricerche di un certo rilievo, non fosse altro per riaffermare una missione più indipendente della ricerca e dell’approfondimento. Con queste parole Antonello Biagini, prorettore dell’Università “La Sapienza” e ordinario di Storia dell’Europa orientale, ha stemperato i toni di una tavola rotonda piccante e permeata da influssi politici.
    Questo argomento ha fatto da cornice al convegno/presentazione del volume “La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea” di Giulio Vignoli, svoltasi presso la raffinata sede della Fondazione italiani nel mondo a Roma il 17 novembre 2009.
    L’occasione ha dato l’opportunità di affrontare alcuni temi, ma anche di inserirsi in vecchie polemiche incrociate, ricorrenti nel dibattito culturale italiano. L’apertura dei lavori è da subito stata molto pungente, perché Gian Luigi Ferretti, rappresentante della Fondazione organizzatrice, ha ricordato i molti silenzi intercorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale da una parte politica italiana sulle azioni violente esercitate dall’Unione Sovietica e dai movimenti a lei fedeli nei confronti di nostri connazionali.
    Un esempio ricordato è stato quello della visita nel 1997 in Kazakistan degli allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e ministro della Giustizia Piero Fassino, durante la quale la risposta dei due politici a proposito della triste sorte di molti italiani deportati e uccisi da Stalin, fu che il periodo non era ancora adatto per affrontare con serenità questi temi.
   Con la speranza che al più presto possa essere accordata la piena giustizia ai pochi superstiti e ai discendenti dei connazionali perseguitati in terra sovietica, Ferretti ha menzionato alcune proposte legislative finalizzate al riconoscimento della cittadinanza e alla memoria di questi nefasti avvenimenti.
   La parola è quindi passata al già citato Biagini. Questi ha dapprima introdotto l’argomento dell’emigrazione italiana, fenomeno che ha investito il nostro Paese per almeno due secoli. Le motivazioni che hanno spinto (e che in parte spingono ancora oggi) molti italiani a intraprendere la via d’oltre confine furono molteplici: fuga dalla fame e dalla povertà, ricerca di fortuna, spirito d’avventura, ricerca di vantaggiosi mercati per i commerci.
   Di massima, anche nelle generazioni successive, un legame con la Madrepatria tende a durare senza soluzione di continuità. Se non sempre figli e nipoti accolgono lo studio della lingua degli avi, tuttavia essi possono offrire un contributo alla Nazione. Dopo diverse generazioni un certo interesse rimane acceso, anche grazie all’opportunità di saldare con l’Italia nuove relazioni politiche e societarie oppure rapporti commerciali.
   Questi riflessi positivi e di successo, perlopiù minoritari, se da una parte sono fonte di orgoglio, di riflesso marginalizzano quell’ampia parte di concittadini, che non sono riusciti a sollevarsi dalla povertà o che nel frattempo hanno subito discriminazioni o sopraffazioni.
   Tali considerazioni impongono quindi di esaminare il problema dell’oblio, già anticipato da Ferretti. Secondo Biagini, il poco interesse mostrato dalla Repubblica italiana verso le tragedie in Unione Sovietica o in Jugoslavia si spiegherebbe dal contesto internazionale in cui si venne a trovare l’Italia all’indomani della Seconda guerra mondiale. La condizione di vinta e l’obbligo di firmare il trattato di pace non permetteva alcuna possibilità di recriminazione verso i vincitori, forti anche del torto fascista di aver portato loro la guerra.
   Solo a partire dagli anni Settanta, una volta che la situazione internazionale Est-Ovest si era quasi normalizzata, in Italia si poté iniziare a fare ricerca sui deportati in Siberia o sulle morti dei civili nella Venezia Giulia. Ecco quindi che non si potrebbe parlare di silenzio politico strumentale su questi fatti, ma di inevitabile necessità di dover soprassedere (girare la testa dall’altra parte dice Biagini) perché il fascismo aveva spinto l’Italia verso una situazione delicata e di riflesso responsabile anche dei torti subiti.
   Caustica a questo proposito fu la risposta che Kruscev rivolse alla delegazione italiana nel 1960 alla ricerca dei dispersi dell’Armir. Il Cremlino piangeva ancora i suoi 20 milioni di morti durante la guerra d’invasione nazi-fascista, cosa poteva importargli di qualche migliaio di militari italiani?
Il discorso è proseguito con l’intervento di Giulio Vignoli, già ordinario di materie giuridiche all’università di Genova. Egli ha illustrato le tappe della presenza italiana in Crimea a partire dalla metà dell’800. La città portuale di Kerc fu il centro geografico e d’affari per una comunità italiana consolidatasi in ondate successive, con emigrati pugliesi, veneti, campani e liguri, tanto da raggiungere il 3% della popolazione locale. L’autore del volume presentato ha spiegato inoltre come nella regione essi si siano fatti ben volere, attraverso le proprie capacità agricole e come addetti alla marineria ittica, mercantile o in collaborazione con quella militare zarista.
   La situazione di benessere e di cordialità con gli autoctoni si consolidò e perdurò, fino all’arrivo del regime comunista, che vide negli stranieri un pericolo da temere e un nemico da combattere. Nel 1939 molti italiani tornarono in Patria senza averi, una volta requisiti ed espropriati i loro beni. Quelli che rimasero furono una minoranza, all’incirca un migliaio che iniziarono a subire vessazioni e tribolazioni. La loro esperienza si andò a confondere così con quella degli antifascisti provenienti dall’Italia, in genere comunisti, che invece trovarono cordiale asilo in terra bolscevica, ma che a parere di Vignoli appartengono di fatto a una nazionalità diversa, perché indifferenti della sorte degli emigrati italiani ormai prigionieri nei gulag.
   L’aspra critica, che pone l’autore a questo punto della sua narrazione, è sull’ignavia di alcuni esponenti di spicco del Partito comunista italiano come Gian Carlo Pajetta e Paolo Robotti, che presenti in Russia in quel periodo avrebbero taciuto, anche dopo la guerra, sulla situazione dei connazionali in mano di Stalin.
   Vignoli conclude poi il suo intervento facendo una considerazione sui pochi scampati, a cui non furono risparmiate le più atroci privazioni e a cui ancora oggi lo Stato italiano non ha convenuto un riconoscimento. Una volta tornati a Kerc essi non trovarono più nulla di quello che avevano lasciato. Perché rassegnati, una volta richiesto un timido aiuto all’ambasciata d’Italia a Mosca, non seppero dimostrare la loro italianità, visto che a suo tempo erano stati privati dai comunisti dei documenti e delle carte anagrafiche.
   Proprio questo biasimo verso le istituzioni della Repubblica ha posto le basi per l’amaro commento di Augusto Sinagra, docente di diritto delle Comunità europee. Questi ha espresso il suo più alto rammarico verso tutti quegli italiani che hanno patito in terra straniera, senza alcuna minima considerazione da parte dello Stato, che si sarebbe distinto solo per pietosi atti di vago ricordo. Rivendicando ancora oggi l’italianità dei lidi dalmati ed istriani, Sinagra ha inoltre commentato l’ingiustizia dell’opinione pubblica nazionale che da un lato esalta i “migliori” italiani nel mondo (facendo dell’ironia sulla dirigenza del Pci) e dall’altro nasconde i tanti Sacco e Vanzetti, sfortunati e disgraziati uomini comuni, che hanno pagato con la vita la colpa di essere italiani all’estero.
   Tale sfiducia è stata raccolta da Nicola Paolo Di Girolamo, vice presidente della Fondazione italiani nel mondo, nonché senatore del Popolo delle Libertà, impegnato nelle tematiche legate all’emigrazione nazionale. Questi, sulla scia del (l’ambiguo) principio dello jus sanguinis, ha chiuso il convegno, testimoniando la necessità di massima apertura verso gli italiani e i loro discendenti residenti oltre confine, offrendo loro nel più breve tempo possibile l’opportunità di ottenere la cittadinanza italiana. Il parlamentare inoltre ha posto l’accento, in coerenza con lo spirito dell’incontro, su tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza tragica della deportazione e della prigionia in Crimea. Suo impegno quello di garantire per loro e per le rispettive famiglie un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato, anche in memoria di tutti quelli che sono morti in modo così tragico.
   Il convegno è stato di sicuro un interessante palcoscenico per affermare l’esperienza di persone perseguitate e uccise ingiustamente, tuttavia a ben saper leggere tra le righe ha mostrato anche un senso di rivalsa, come a cavalcare una crociata tra un tradizionale e forse desueto jus sanguinis in contrapposizione a un emergente jus solis, affermato invece dalla seconda o terza generazione di immigrati che a buon diritto si sentono italiani, anche se originari di paesi lontani.   E’ fuori discussione che nelle vene di molti cittadini argentini o australiani scorra ancora sangue italiano, ma probabilmente se un vecchio adagio britannico recitava che i diritti civili sono prerogativa di chi paga le tasse, forse la cittadinanza italiana spetta più a chi vive e lavora in modo stabile nella Penisola, versando tributi e ricevendone in cambio scarsi servizi, piuttosto di chi identifica il Bel Paese con la pizza, Elisabetta Canalis o Francesco Totti.