La Prima guerra mondiale (1914 - 1918)


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Vincere la guerra, perdere la pace 

   Conclusesi le ostilità dovunque, nel 1919 vennero iniziati gli incontri per stabilire le nuove regole dell’Europa. In un primo tempo a Parigi i vincitori scelsero una politica di equilibrio, basata sui 14 punti del presidente Wilson, esempio di libertà e di pace. Le condizioni vere e proprie vennero dibattute successivamente in numerose sedute sia durante la Conferenza della pace nella capitale francese sia in appuntamenti al vertice su questioni specifici, ma esse crearono veri contrasti anche tra le Potenze Alleate e Associate. Infatti i trattati di pace, invece di riportare un durevole equilibrio nei paesi martoriati, crearono attriti, rancori, rivendicazioni, problemi politici ed economici, che alimentarono ben presto nuovi odi nazionalistici e nuove mire imperialistiche, preparando le premesse per un nuovo, più terribile conflitto. Le nazioni vincitrice, secondo un criterio di «giustizia» a dir poco discutibile, ridisegnarono completamente l’Europa: la Gran Bretagna riprese una funzione di egemonia coloniale ed economica, mentre la Francia, umiliata la Germania, riacquistava il primato militare in Europa, accrescendo, con le miniere di ferro della Lorena e le industrie tessili dell’Alsazia, la propria potenza industriale. Anche l’Italia, pur non avendo ottenuto tutti i territori cui aspirava (non solo fu esclusa dalle colonie, ma gli fu negata anche Fiume, città cara a D’Annunzio, che la occupò militarmente), riuscì a raggiungere i propri confini naturali nonché una posizione di vantaggio anche nell’Adriatico orientale. Gli Stati minori, in parte nuovi o rimodernati, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, Romania, acquisivano invece la loro fisionomia di nazione, si avviavano faticosamente verso strutture moderne, cercando di sanare i contrasti interni (nati dalla fusione di popolazioni assai diverse per lingua, religione e etnia) e di resistere alle pressioni esterne, che provenivano sia dalle nazioni sconfitte e «revisioniste», sia dalla nuova Russia comunista che con insistenza cercava di recuperare importanti regioni, nel frattempo assegnate agli Stati baltici, alla Cecoslovacchia, alla Romania e alla Polonia. Questa, ottenuta l’indipendenza e un libero accesso al mare, ereditò anche diverse zone a maggioranza tedesca molto insidiose per i suoi con­fini, nonché l’incombenza di trovarsi nel mezzo tra il corpo della Germania e la sua appendice separata della Prussia orientale. Nell’immediato però il governo di Varsavia dovette vedersela con l’aggressività di Mosca. Dopo una campagna a fasi alterne, i polacchi, non solo riuscirono a ricacciare dai propri confini i russi invasori, ma inflissero loro anche una così schiacciante sconfitta tanto da penetrare per circa 200 chilometri oltre la «Linea Curzon», tracciato che a livello internazionale era stato stabilito in precedenza come limite orientale del nuovo stato polacco. Come è facile comprendere, questa revisione dei confini, con relativo passaggio di popolazione ucraina, lettone e bielorussa sotto il governo di Varsavia non poteva che riaccendere contrasti, ancora lungi dall’attenuarsi.
   Per quanto riguarda le nazioni sconfitte, il problema più spinoso rimase proprio quello della Germania che, privata della flotta (autoaffondata prima della resa a Scapa Flow), dell’esercito (ridotto ad appena 100.000 uomini), delle preziose regioni francesi di confine e da quelle cedute rispettivamente al Belgio, alla Danimarca, alla Cecoslovacchia e alla Polonia fu colpita da una crisi economica incalcolabile e dall’obbligo di versare forti riparazioni di guerra, che causarono tra l’altro anche una profonda svalutazione del marco. Anche l’Austria, ridotta a un piccolo stato senza sbocco sul mare ma con una grande capitale, si trovò davanti a gravi problemi di tipo economico e finanziario. Stessa sorte tocco a Ungheria e Bulgaria, mentre la Turchia, divenuta repubblica sotto Kemal Atatürk e vinta una nuova guerra, questa volta per l’indipendenza contro la Grecia, iniziava un florido avvio di svecchiamento e di completa modernizzazione.