Il Giorno del Ricordo e la Festa del Litorale

Il Giorno del Ricordo e la Festa del Litorale

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Come disse Emile Zola nel suo J’accuse: «E’ un delitto sfruttare il patriottismo ai fini dell’odio». Ebbene la storia è piena zeppa di uomini, fatti e comportamenti che hanno commesso azioni delittuose in questo senso. La retorica patriottica, nobile quanto genuina in moltissimi casi, diviene un’arma micidiale quando si trasforma in egoista e becero nazionalismo. In tutti i Paesi del mondo esiste questa piaga, anche perché in un contesto sempre più multietnico e globalizzato quei confini identitari e culturali appaiono più flebili e incerti. I colori nazionali, se mai fossero stati pieni e brillanti, sono ormai sfocati a seguito di migrazioni, conquiste, annessioni e dichiarazioni d’indipendenza.

L’Italia non è indenne da questo fenomeno, se anch’essa dopo secoli di fratture interne e invasioni straniere si è cimentata – una volta unita e indipendente – in una propagandistica azione di imperialismo sfrenato. A partire dai governi liberali a cavallo tra ‘800 e ‘900 fino alla catastrofe dell’esperienza fascista, Roma si pose come obiettivo quello di realizzare un sogno mitico. Per questo ha iniziato ad assoggettare altri popoli e Nazioni, col tempo anche lontani per storia e cultura a una possibile comunanza di idem sentire italico.

Da queste premesse può partire un discorso pacato e riflessivo sul significato del Giorno del Ricordo, che cade il 10 febbraio, data in cui venne firmato il Trattato di Parigi del 1947, che assegnò a Belgrado i territori occupati durante il conflitto dalle armate di Tito. La ricorrenza venne istituita dallo Stato italiano nel 2004, per offrire rispetto e memoria ai tanti connazionali vittime di violenze nel contesto del confine orientale alla fine della Seconda guerra mondiale. La geopolitica della regione, che sin dall’esperienza asburgica era stata aggravata dalle innumerevoli differenze etnico-culturali, dimostra come sia molto difficile distinguere le popolazioni più affini a un contesto latino piuttosto che a quello slavo. Sta di fatto che tra il 1919 e il 1947 in tale zona si è andando consumando uno stillicidio di brutalità, dove le cause e gli effetti si confondono a vicenda, non senza strascichi ideologici fino ai nostri giorni.

Per questi motivi, anche a fini politici, la risposta slovena non si è fatta attendere, se nel 2005 Lubiana ha istituito la giornata del 15 settembre come Festa nazionale del ritorno del Litorale alla madrepatria. Le polemiche incrociate non sono mancate e ancora oggi un certo attrito permane non tanto tra i due Paesi, ma quanto tra le due sensibilità interne, che spesso interpretano la logica delle rispettive ricorrenze come un ulteriore strumentalizzazione a quel nazionalismo di cui si è parlato all’inizio.

Una riflessione serena e risolutiva di questi contrasti, che investirebbe in casa nostra tutti i partiti senza distinzione di colore e collocazione, dovrebbe portare alla piena legittimazione del Giorno del Ricordo, al pari della Festa della Liberazione, come un momento di saggia riflessione morale e politica. Consapevoli dello sprezzo aggressivo del fascismo operato nei territori jugoslavi, è giusto, oltre che doveroso, offrire rispetto alle migliaia di cittadini italiani uccisi per le colpe dello Stato didattoriale di cui facevano parte.

La Prima guerra mondiale e la pace di Parigi nel 1919, pur tra mille contraddizioni, aveva consegnato all’Italia terre e popolazioni affini alla Penisola, che nessun crimine fascista può rendere responsabili, tanto da meritare una condanna a morte così brutale come quella inferta nelle foibe. Parimenti l’invasione e il saccheggio che le Forze armate di Mussolini hanno perpetrato nei Balcani permettono di comprendere, una volta che gli aggressori siano stati scacciati, il diritto degli sloveni e dei croati di un riconoscimento e di un riscatto nazionale anche territoriale.

Le clausole firmate a Parigi del 1947, entrate in vigore appunto il 15 settembre, non vollero essere giuste, se per giustizia intendiamo il riconoscimento oggettivo dei diritti di cittadinanza. Esse vollero essere la risposta e la lezione offerta a un Paese, come l’Italia, che nella sua megalomania non si era accontentato di annettersi degli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e delle isole dalmate, ma pretendeva anche di sopraffare uomini e donne che mai si erano sentiti legati alla Patria di Dante, Raffaello, Mazzini e Garibaldi. In questo senso è inappellabile la decisione che ha portato i dalmati, i giuliani e gli istriani a trovarsi sotto la sovranità della Repubblica socialista federale di Jugoslavia.

Ben inteso, altra cosa è invece lo scempio fatto su queste stesse popolazioni, vessate oltre misura perché giudicate diverse o perché pedissequamente definite fasciste in quanto italiane. Ecco perché non deve e non sembra accettabile vedere la Giornata del Ricordo e la Festa del Litorale come alternative, in opposizione e in contrasto tra di loro, tanto da generare a vicenda recriminazioni, ripicche e offese reciproche, generate da enfasi ideologiche.

E’ ovvio che le ragioni di politica diplomatica mal si conciliano con le ragioni del cuore e dei sentimenti, ma è vero pure che a oltre sessanta anni di distanza, a maggior ragione in un contesto di integrazione europea, le decisioni prese nella capitale francese alla fine di un trentennio di odi viscerali furono l’unica risposta dopo una guerra infame e totalizzante.

Per tutti questi motivi sarebbe quindi opportuno e legittimo che le città di Gorizia, Trieste, Pula, Rijeka e Postojna (o in qualsiasi altra forma linguistica le si voglia chiamare) fossero accomunate oggi e per l’avvenire da un sentimento comune europeo e non da uno sciovinismo dietrologo pari a quello onomastico sul chiamare Londonderry o semplicemente Derry la città dell’Irlanda del Nord.

Prima Guerra Mondiale

Prima Guerra Mondiale

La Prima guerra mondiale dai presupposti del conflitto alla vittoria finale

I presupposti del conflitto

La Belle époque si era imposta per quasi cinquanta anni con il suo spirito di trasgressione, di euforia e di spensierata pace; per rintracciare una vera guerra avvenuta in Europa, che abbia investito tra loro grandi paesi (quindi volendo escludere le imprese coloniali e le controversie nei Balcani) bisognava ritornare al lontano 1870, quando le armate del Reich avevano piegato il debole Secondo Impero francese, umiliando la grandeur nazionale e brindando alla salute del Kaiser nella Sala degli specchi nella reggia di Versailles.

Questo evento però, anche se aveva sancito il termine dei contrasti europei, in parallelo aveva prodotto dopo di sé numerosi squilibri e rivendicazioni che non poche nazioni del vecchio Continente avevano maturato in corpo per quasi mezzo secolo. In questo periodo avvenimenti di notevole effetto si erano susseguiti, le cancellerie e i diplomatici molto avevano appuntato sulle cartine geografiche e l’alone di un’imminente guerra non era oscuro a nessuno; anzi tutti i paesi in lizza attendevano, quasi con un’intrepida ansia, la scintilla per entrare in un conflitto, che finalmente avesse ridimensionato l’Europa e la portasse alla definitiva pace con confini determinati. In questa logica se Alsazia e Lorena rappresentavano un punto fisso per la Francia, anche per l’Italia dopo un Ottocento molto bellicoso il compimento del Risorgimento non poteva che compiersi con una collocazione internazionale di primo piano del paese sia nel Mediterraneo, sia nel pieno controllo delle Alpi.

Gli attriti tra le nazioni erano molti e riconosciuti da tutti. La zona balcanica era un cosiddetto punto caldo, dove si incastonavano numerose culture, popoli e nazionalismi primo fra tutti quello slavo. La geopolitica non sempre rispecchiava l’unità popolare ed etnica, ma più i desideri strategici degli imperi confinanti. L’impero di Austria-Ungheria, ormai in un declino ancora non scritto, ma intuibile, si trovava a difendere regioni a esso ostili e più indirizzate verso la piena indipendenza, come la Serbia.

Anche la Russia mirava nei Balcani come proprio territorio di caccia. Lo zar possedeva milioni di chilometri quadrati di territorio, ma ciò che gli mancava era un reale sbocco sul mare, fattore che non solo lo indirizzava a un’eventuale guerra contro Vienna, ma anche a una contro l’Impero Ottomano, che manipolava a suo piacimento la parte orientale del Mediterraneo, ostacolando fortemente l’occidentalizzazione della Russia. La Turchia, considerato l’«uomo malato d’Europa», ormai privata del territorio libico e dello strategico Dodecaneso, intravedeva anch’essa la morte del suo dominio millenario; la Gran Bretagna, nel periodo d’oro dell’età coloniale, pretendeva il Medio Oriente, sia come punto di passaggio per l’India, perla del suo impero, sia per la regione in se stessa perché intuiva l’importanza delle ricche risorse del sottosuolo, di cui l’aspro deserto era fertile. La potenza britannica si trovava però in duello anche vicino casa e soprattutto in quel settore da sempre a lei più congeniale. La nuova marina della Germania, oramai nazione imperiale e coloniale indiscussa, sfidava non poche volte il naviglio inglese, che vantava secoli di gloria e quindi si trovava obbligato a difendere la sua posizione privilegiata sui mari.

Rima­nendo nell’ambito tedesco, non va dimenticato che Berlino, nel suo apogeo espansionista nella Mitteleuropa, dava fastidio a molti paesi confinanti anche per terra. I francesi si leccavano ancora le ferite di Sedan, ma non dimenticavano per questo l’amara onta subita: le proprie energie, seppure nel periodo precedente indirizzate verso le colonie, erano sempre rivolte a recuperare l’Alsazia e la Lorena, non intendendo più far sfruttare queste regioni dai dirimpettai del Reno. Se a ovest Parigi rappresentava un motivo di contrasto prima o poi da regolare, a est la Germania non aveva situazione migliore: la Russia, nel suo slancio occidentale, non disdegnava le terre tedesche, che in realtà erano polacche e quindi per Mosca sorelle slave da «salvare» dal dominio teutonico. Per concludere c’era l’Italia, che, come si è detto, volendo ritagliare anch’essa un posto nel Concerto delle potenze non poteva che coltivare grandi ambizioni sia in campo coloniale sia in contesto continentale, sentendo come una canna di pistola puntata la penetrazione austriaca al sud delle Alpi.

 

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Gli schieramenti prebellici

Nel giugno del 1914 l’Europa era ancora in pace. Nessun avvenimento decisivo, anche se i motivi e gli attriti come si è visto abbondavano, portava alla guerra. Tuttavia le sei grandi potenze non avevano esitato negli anni precedenti a stringere legami diplomatici più o meno forti e vincolanti tra di esse. Da una parte vi era la Triplice Alleanza, che raccoglieva l’Impero germanico, l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia. In effetti questo legame rappresentava una reale incognita nella logica dei propri obiettivi primari per il governo di Roma, che nel timore di rimanere isolato si era trovato a legarsi per forza di cose con la nemica di sempre: l’Aquila asburgica. Con il passare degli anni gli interessi erano gradualmente scemati e per questo anche la reciproca fiducia non era delle migliori. Vienna e quindi Berlino in quel periodo mostravano più simpatia per Costantinopoli, trovando l’Italia non del tutto affidabile, anche per un incerto scenario geopolitico di mire comuni (l’espansione in Adriatico, in Carnia e nel Tirolo meridionale per l’Italia) e un poco chiaro trattato di intervento in caso di ostilità contro paesi terzi.

Dall’altro lato vi era invece la Triplice Intesa (che in senso tecnico non era una vera alleanza, ma piuttosto la fusione di trattati bilaterali di amicizia), formata dal Regno Unito, dall’Impero di tutte le Russie e dalla Repubblica francese. Per il momento Belgio, Olanda, Lussemburgo e Svizzera, non belligerante per antonomasia, si dichiaravano estranee a ogni legame diplomatico. La zona danubiano-balcanica invece, frammentata più che mai, risentiva delle spinte centrifughe delle comunità nazionali distribuite in maniera variegata e spesso discontinua tra stati diversi, creando una condizione di perenne incertezza e instabilità sociopolitica della regione. I rispettivi governi nazionali, per questo, si trovavano in una situazione particolare: croce e delizia delle potenze maggiori che ad alternanza e in modo reciproco si offrivano come protettori contro gli avversari, ma sempre con l’obiettivo di estendere le proprie aree di influenza a danno degli altri contendenti.

Questo era lo scenario: lo stato di cose portava ciascuna potenza a essere virtualmente pronta a entrare in guerra al fianco di quella diplomaticamente più vicina, che fosse stata attaccata o minacciata da una o più potenze del gruppo avversario, ma nessuno sapeva quando e dove i primi colpi di artiglieria avrebbero iniziato a sparare. Ne risultava un equilibrio instabile di forze, per cui i governi delle sei grandi potenze cercavano di tutelare i loro interessi e di soddisfare le loro pretese mediante sottigliezze diplomatiche. Nella logica delle alleanze appariva necessario evitare di trovarsi nel ruolo di provocatori e quindi di conseguenza responsabili di una guerra europea, salvo poi non poter beneficiare dell’appoggio degli eserciti amici.

Fra le sei potenze, l’Italia come si è visto era in una situazione particolare, poiché era chiaramente sancito nel Trattato della Triplice Alleanza che non era impegnata a entrare nelle controversie a fianco delle sue alleate se la guerra fosse stata provocata da una di esse; in aggiunta a ciò era obbligatorio un accordo preventivo fra le tre potenze prima di compiere atti che potessero provocare un conflitto. Il governo di Roma aveva inoltre concluso nel 1902 con il governo francese un accordo segreto per cui l’Italia sarebbe rimasta neutrale nel caso che la Francia fosse stata aggredita senza sua provocazione.

La delicata posizione giuridico-internazionale italiana non favoriva certo Vienna, che intenzionata a metter fuori gioco una volta per tutte la scomoda Serbia, sapeva che se avesse attaccato direttamente lo stato slavo, avrebbe avuto la Russia in armi da una parte e l’Italia non belligerante dall’altra, perché per quest’ultima non sarebbe scattato il casus foederis, necessario all’intervento armato al suo fianco. Per questo motivo un attacco austriaco non sarebbe stata la migliore mossa per la duplice monarchia retta dall’ormai ultraottantenne imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, ammonita già nel 1913 dalla diplomazia europea per l’ipotesi di attacco armato contro la Serbia.

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Le condizioni sociali ed economiche dell’Europa

L’Europa nel secondo decennio del nuovo secolo poteva considerarsi soddisfatta della propria condizione. Tutte le monete erano stabili, l’industria si stava sviluppando dovunque, sempre però mantenendo la maggior parte della popolazione impegnata nell’agricoltura, che del resto non poteva dire di trovarsi nella modernità: il lavoro dei campi era svolto sempre a mano o con l’ausilio di animali da soma quando erano disponibili e il tenore di vita dei contadini era profondamente basso.

Anche gli operai non potevano considerarsi abbienti; anche se avevano ottenuto giornate lavorative più brevi, non conoscevano ferie, gli stipendi erano all’osso, non sempre esistevano enti che li tutelavano e in caso di malattia non venivano pagati o addirittura licenziati. La situazione si presentava duale: l’economia generale era positiva, la condizione dei lavoratori era misera. In Russia la condizione del popolo era scandalosa: il potere assoluto si trovava concentrato in mano allo zar e a pochi ministri scelti da lui.

Le manifestazioni di popolo che si erano svolte, erano state acquietate con fucilate e sangue versato. Il timore delle classi privilegiate per questo malcontento popolare risultava grande e secondo la borghesia solo una guerra avrebbe soffocato le aspirazioni e i risentimenti del popolo vessato, anche se il governo di Mosca nel 1914 era ancora del tutto ignaro di ciò che sarebbe accaduto da lì a pochi mesi.

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Assassinat de l’archiduc heritier d’Autriche Francois-Ferdinand (Franz Ferdinand ou Francois Ferdinand) et de la duchesse sa femme à Sarajevo – in “la Domenica del Corriere” du 12/07/1914..Assassination of Franz Ferdinand, 1863-1914 Archduke of Austria, and his wife Sophie, in Sarajevo, Bosnia, 28 June 1914,.©Bianchetti/Leemage

La scintilla per l’immane incendio

Il 28 giugno 1914, anniversario della sconfitta serba nella battaglia del Kosovo del 1389, con un non del tutto involontario piglio provocatorio, l’arciduca ereditario d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie Sofia si recarono in visita a Sarajevo, dove vennero assassinati durante una sfilata da uno studente nazionalista e anarchico, il serbo-bosniaco Gavrilo Princip. L’omicidio del futuro imperatore naturalmente provocò scalpore, ma non commosse, perché l’arciduca non godeva di simpatie internazionali e nessuno nelle cancellerie d’Europa pensò che tale episodio potesse portare a gravi conseguenze. L’opinione pubblica non sapeva però, che l’avvenimento a Vienna venne colto come pretesto per agire a fondo contro la Serbia e che la Germania già si preparava a sostenere l’alleata, entrambe ignare delle possibili ripercussioni politico-militari, che ne sarebbero sorte, convinte, come erano, dell’esito rapido e positivo dell’azione repressiva.

La Duplice monarchia in maniera risoluta preparò le condizioni per intimorire il governo serbo: la risposta ufficiale imperiale al cruento evento arrivò a Belgrado il 23 luglio e sancì dure condizioni da accettare entro 48 ore. In caso contrario le trattative tra le due nazioni sarebbero cessate, preludio di un’aggressione armata. Il ritardo dell’ultimatum, quasi un mese dopo l’attentato, provocò disorientamento, ma non preoccupazione, in quanto venne considerato dai Grandi d’Europa alla pari di piccole scaramucce tra stati confinanti. La Serbia si trovò quindi a un bivio: salvarsi da un duro attacco armato, ma a fronte di oppressive condizioni oppure lasciare alla guerra la risoluzione dei contrasti, trovando in questo ultimo caso il pieno appoggio della Russia, paladina di uno spirito panslavo, e di rimando un interessamento indiretto della Francia, legata a doppio filo alle sorti di Mosca. Il dubbio amletico non si respirava però solo a Belgrado, perché in fin dei conti nessuno aveva veramente desiderio di entrare in guerra. Le nazioni europee si adoperavano in maniera aggressiva e con toni di minaccia solo per impaurire diplomaticamente le avversarie, senza dare troppo peso alle ripercussioni reali di tali intimidazioni. É per questo, che prima della vera e propria dichiarazione di guerra, vennero mobilitati ai confini gli eserciti dei due paesi più interessati a spalleggiare rispettivamente l’onorabilità dell’Austria e l’indipendenza della Serbia: Germania e Russia. Questo clima e queste mosse avventate, compiute in modo superficiale e piene di incomprensioni tra ambienti diplomatici e politici alla fine portano alla tragedia: il 28 luglio Vienna dichiarò guerra alla Serbia e in parallelo per cogliere le avversarie di sorpresa la Germania fece lo stesso prima con la Russia (1° agosto) e poi con la sua alleata Francia (3 agosto).

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La tragedia senza precedenti

Da circa cento anni, cioè dalle campagne napoleoniche in poi, la guerra in Europa era stata vissuta dalle società impegnate nello sforzo bellico come qualcosa di temporaneo e che solo lambiva la vita quotidiana dei cittadini. Infatti i conflitti, per quanto cruenti e devastanti, avevano toccato solo le popolazioni dei confini, solo una piccola parte degli uomini venivano chiamati alle armi, le perdite restavano in cifre limitate e non si verificavano brutali eccidi, né deportazioni. Per questi motivi nel 1914 la guerra venne considerata ancora un fatto prevalentemente militare, che aveva poco a che fare con la popolazione civile. Era una faccenda personale tra sparute élite di generali al comando di esigui eserciti, non certo impegno di masse nazionali mobilitate insieme alle intere Nazioni in armi.

L’Austria, prima nazione in guerra, si trovò impreparata allo sviluppo dei suoi stessi piani egemonici e per questo attese due settimane prima di attaccare l’avversaria. Come prevedibile dovette guardarsi anche le spalle, non potendo contare neppure su una benevola solidarietà dell’Italia, che, non avendo interessi diretti nel conflitto, si proclamò neutrale in attesa di capire come meglio le convenisse agire. Al contrario lo Stato Maggiore tedesco, consapevole del pericoloso duplice fronte che vedeva la Germania contemporaneamente impegnata contro la Russia e la Francia, ma pronto da tempo con piani militari collaudati, calcolò con astuzia le mosse da sviluppare sul campo. Intuendo un ritardo nelle manovre d’attacco russo, prese il sopravvento ad Ovest invadendo secondo i dettami del piano Schlieffen il Belgio e il Lussemburgo, nazioni neutrali. Se questa mossa avvantaggiò sul campo le truppe tedesche, comportò un inasprimento delle controversie. Difatti l’aggressività di Berlino divenne agli occhi della sonnacchiosa opinione pubblica britannica come il nemico principale della pace, portando anche la Gran Bretagna, inizialmente anch’essa estranea al conflitto, a dover difendere l’altra sponda della Manica e di conseguenza portare soccorso alle truppe francesi in seria difficoltà, con i tedeschi ormai in procinto di invadere il proprio suolo nazionale.

Nel frattempo l’esercito germanico avanzava spedito, aveva distrutto la difesa belga a Liegi, era entrato in Francia ottenendo pesanti vittorie sia sui padroni di casa, sia sull’esiguo corpo di spedizione britannico, rompendo ogni schieramento difensivo, scompaginando e accerchiando da Nord il grosso delle truppe francesi. La vittoria sembrava veramente in tasca ai celeri reparti tedeschi, che continuavano l’avanzata verso la capitale francese. Da questa però il generale Joseph Gallieni seppe riorganizzare ciò che rimaneva nelle retrovie, ordinando al collega Joseph Joffre un attacco da Sud, che permettesse una difesa indiretta di Parigi. Verso la Marna, che segnava il fronte vennero lanciate le armate francesi, che trasportate da un esercito di taxi precettati per l’occasione, iniziarono il contrattacco. La situazione all’inizio risultò incerta, ma la superiorità numerica francese si fece sentire, obbligando i tedeschi a ritirarsi fino alle Ardenne. In questo modo si concludeva la prima fase delle ostilità. La guerra di movimento che vedeva protagonisti cavalleria e futuristici mezzi corazzati vide il suo volgere per essere in breve soppiantata dalla vera novità del conflitto, la guerra di posizione nelle trincee, autentico esempio di massificazione del conflitto e forma di logoramento umano e materiale dei popoli.

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Il fronte orientale

Dopo un periodo di calma apparente anche ad Est la situazione si inasprì con altrettanta crudezza. A seguito di alcune scaramucce tra Austria e Serbia, gli Imperi centrali si schierarono massicci contro i russi. Il comando dell’esercito tedesco venne assegnato al quasi settantenne maresciallo Paul von Hindenburg e al vincitore di Liegi Erich Ludendorff. I due iniziarono l’avanzata con una tattica di annientamento con la quale provocano grosse perdite ai russi, soprattutto nella prima battaglia dei Laghi Masuri (6/14 settembre).

Con il passare del tempo anche sul fronte orientale le linee si stabilizzarono e alla fine dell’anno anche le truppe zariste iniziarono a combattere in trincea contro i tedeschi e gli austriaci. Numerosi furono i tentativi di combattere in maniera più dinamica, ma per raggiungere tale scopo era necessario un forte appoggio dell’artiglieria, scarsa dappertutto. Non miglior fortuna avvenne con i continui attacchi di fanteria, che provocavano un ingente numero di vittime, permettendo solo di guadagnare pochi metri insignificanti di terra di nessuno. Anch’essi si risolvevano in inutili perdite di uomini. La situazione era aggravata dal freddo invernale, che sfiancava in maniera massiccia i combattenti e riduceva ancora di più la mobilità degli eserciti schierati nel conflitto.

La situazione era pressoché stabile anche sul fronte francese, dove i tedeschi riuscirono ad avere la meglio a Ypres nell’aprile del 1915 solo grazie all’uso di una nuova arma, rivoluzionaria quanto criminale: il gas asfissiante, battezzato per l’occasione «iprite». La nuova arma comunque non sconvolse la linea di combattimento, portò solo la Germania su un piano di brutalizzazione ancora più elevato, contribuendo alle accuse che la volevano come responsabile del conflitto e fautrice di metodi bellici illeciti e inumani.

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La Sublime Porta

Nel frattempo il Comando Supremo tedesco, per risollevare la condizione orientale delle formazioni austro-ungariche in piena crisi militare, organizzò un energico attacco in maggio per superare i Carpazi, che si risolse con un’avanzata imponente in territorio polacco. La situazione della Russia si rilevò quindi critica e il comando britannico, per toglierla dall’isolamento in cui si trovava, organizzò un piano di rifornimento da Sud partendo dalle proprie basi in Medio Oriente.

L’accesso al Mar Nero era però ostruito dagli ottomani, alleati degli Imperi Centrali. Per questo dall’Egitto partì un’ingente flotta per forzare gli Stretti e conquistare Costantinopoli. L’azione temeraria non trovò il riscontro voluto sul campo: il corpo di spedizione franco-britannico, appoggiato da divisioni australiane, attaccò la penisola di Gallipoli, venendo accolto però da una forte opposizione dei turchi arroccati sulle posizioni costiere ben difese. Questa e altre azioni, portate avanti con superficialità dai comandanti dell’Intesa, vennero tutte fermate dal generale ottomano Mustafà Kemal, detto il Vittorioso.

Il governo di Londra, preoccupato dalla sua opinione pubblica sempre più pessimista per i ripetuti insuccessi, tergiversò sul da farsi e continuò a mantenere in piedi il fronte turco senza entusiasmo, sperando di sbloccare le sorti del conflitto in quello scacchiere. La situazione rimase stazionaria così fino alla fine dell’anno, quando venne deciso di ordinare la piena evacuazione dei Dardanelli, quando però ormai risultava troppo tardi: l’Intesa aveva perso più di 150.000 uomini senza ottenerne nessun vantaggio consistente e non riuscendo nel proposito di sollevare la Russia dall’esclusivo peso del fronte orientale.

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L’Italia in guerra

Il governo di Roma con la sua dichiarazione di neutralità del 2 agosto 1914, di principio legittima (ma discutibile nel contesto pratico) rispetto agli accordi che lo legavano a Vienna e a Berlino, venne fatto bersaglio di accuse di tradimento dalle vecchie alleate. Intanto l’opinione pubblica si stava dividendo tra neutralisti e interventisti: tra coloro che giudicavano la pace come principio inderogabile e coloro che consideravano la guerra «rigeneratrice dei popoli». Per essi sarebbe alla lunga stato inevitabile un intervento anche dell’Italia nella lotta per la sopravvivenza delle nazioni. In sintonia con questo spirito bellicoso dal luglio 1914 gli ambienti nazionalisti e industriali diedero impulso a una politica di riarmo, soprattutto seguendo l’indirizzo del generale Luigi Cadorna. Le armi venivano importate dall’estero, ma dopo lo scoppio della guerra le industrie straniere avevano iniziato a lavorare esclusivamente per le proprie forze armate. Pertanto a seguito di una conversione industriale su vasta scala, solo nel 1916 le industrie italiane riuscirono a raggiungere una produzione adeguata al tipo di guerra totale, ormai divenuta a pieno titolo «Grande».

Nel frattempo l’opinione pubblica rimaneva divisa sul da farsi e l’atteggiamento della maggioranza parlamentare, schierata con il pacifismo di Giovanni Giolitti, si mostrava restia a impegni gravosi per il paese. Tuttavia il governo non disdegnò da molteplici trattative segrete per risolvere a proprio favore il perdurare dello stato belligerante e del relativo sforzo degli altri popoli. L’atteggiamento italiano di voler ottenere il massimo con il minimo sforzo, barattando una benevola neutralità in cambio nell’immediata cessione delle zone asburgiche contenute nell’arco alpino non poteva che indispettire gli Imperi Centrali, già di loro in difficoltà con le numerose minoranze nazionali all’interno dei loro confini. Questo stato di cose portò per logica l’Italia ad augurarsi la sconfitta di Vienna e Berlino. Se esse avessero vinto la guerra non avrebbero perdonato all’Italia il suo comportamento opportunistico.

In tal senso l’unica speranza per Roma era augurarsi la vittoria dell’Intesa, che sembrava invece voler concedere interessanti compensi in caso di discesa in campo al suo fianco. É in questa logica che si comprende l’atteggiamento del governo Salandra-Sonnino che dopo aver cercato invano di trattare con Vienna per la cessione di Trento e di Trieste in cambio della neutralità, iniziò in un giro di valzer con l’altro schieramento. L’Italia venne con insistenza corteggiata dall’Intesa per un proprio impegno al suo fianco, ma in alcune occasioni anche minac­ciata, perché i rifornimenti alimentari erano sotto il controllo britannico; quindi, per non ridurre il paese alla fame, il governo nel marzo del 1915 iniziò le trattative per le condizioni dell’intervento italiano proprio al fianco dell’Intesa. I contatti diplomatici nel massimo segreto furono conclusi il 26 aprile con la firma del Patto di Londra, che restò ignoto ai molti, com­preso Cadorna che apprese per puro caso dell’attacco all’Austria solo venti giorni prima del giorno fissato. Questa mancanza di coordinazione sarà la causa del primo svantaggio dell’esercito italiano e dell’inevitabile iniziale impreparazione tattico-stragica. Il patto garantiva all’Italia alla fine della guerra il Trentino e la porzione di Tirolo fino al Brennero, la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, nonché altri compensi non ben precisati nell’Adriatico meridionale e in Asia Minore.

La notizia dell’imminente possibilità di imbracciare le armi infiammò le due parti avverse e i suoi esponenti nelle «radiose giornate di maggio»: D’Annunzio per gli interventisti, Giolitti per i neutralisti. I primi, minoranza nel paese, riuscirono a attrarre a sé le masse e forzare il volere del Parlamento, che in uno stato di agitazione e emotività si rassegnò alla decisione di abbandonare la neutralità, rompendo con il sistema dell’equilibrio sancito nel quindicennio precedente da un ormai inascoltato Giolitti. Dopo un periodo politico critico, Salandra, ottenuti i pieni poteri, sancì la risposta al futuro dell’Italia nella guerra.

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L’Isonzo

L’impegno italiano iniziò il 23 maggio, giorno della dichiarazione di guerra, mentre il giorno successivo vi fu il reale attacco nel Carso, che in collaborazione con il fronte russo avrebbe dovuto stringere tra due fuochi i nemici. La realtà apparve però subito diversa dalle aspettative. Il grave arretramento delle forze dello zar e la vittoria austro-tedesca di Gorlice-Tarnow non favorivano certo gli italiani, che anzi videro subito davanti a loro schierate ingenti truppe, anche tedesche, trasferite dal fronte orientale. I com­battimenti montani si rivelarono scomodi e pericolosi; le postazioni privilegiate austriache più in alto rendevano ancor più ostico il compito della fanteria italiana, che riusciva comunque a ottenere importanti successi sulle Dolomiti e nella valle dell’Isonzo, come la conquista del Monte Nero. Per la difesa di Gorizia le truppe degli Imperi Centrali ebbero bisogno di rinforzi provenienti dal fronte russo, dando quindi respiro all’esercito zarista. In questo frangente si svolsero le prime quattro battaglie dell’Isonzo.

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I successi degli Imperi Centrali

Le vittorie italiane della fine del 1915 si rivelarono quasi un’eccezione per l’Intesa. Infatti sul fronte occidentale i franco-britannici subivano notevoli perdite, ottenendo solo vistosi insuccessi. La sconfitta sui Dardanelli inoltre incoraggiò la Bulgaria, allettata dalla possibilità di facili vittorie per liquidare gli scomodi vicini, ad affiancarsi agli Imperi Centrali che, rinvigoriti dalla partecipazione di Sofia, sbaragliarono quello che rimaneva di Belgrado. I soldati serbi pochi, vecchi e malati per non cadere prigionieri furono obbligati a ripiegare in Albania, dove non erano visti di buon occhio. La marina italiana con il concorso di navi britanniche e francesi imbarcò e soccorse i profughi in previsione di una riorganizzazione militare in esilio.

La Francia, non poco martoriata, si vide bersaglio all’inizio del 1916 di una nuova ondata di truppe germaniche spostate da Est, che inflissero notevoli colpi micidiali. Sulle rive della Mosa vi era la piazzaforte di Verdun, che ricoprì una notevole importanza bellica nell’arginare l’avanzata tedesca, divenendo nella propaganda francese l’esempio del grande valore morale in guerra. Il comando tedesco, cosciente di ciò, propose un piano per costringere i nemici impiegati nella difesa del forte a un estenuante logoramento. La battaglia si protrasse senza importanti esiti da febbraio a giugno e vide svolgere lotte cruenti e accanite, che portarono alla perdita di circa mezzo milione di soldati francesi, a fronte di circa la metà di vittime tedesche nello stesso periodo.

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Il contrattacco dell’Intesa

In Trentino il capo di stato maggiore Conrad von Hoetzendorff che vedeva nell’Italia un nemico di sempre e che aveva come sua unica aspirazione dal 1909 di annientarla, organizzò una grande offensiva, in quanto reputava tale regione più propizia perché a forma di cuneo nel territorio italiano. Un eventuale successo gli avrebbe permesso di arrivare con tempismo sulla pianura veneta, obbligando il nemico ad abbandonare il Friuli e ripiegare fino all’Adige, per evitare una frattura in due dello scacchiere. Cadorna comprese tale rischio e per questo stabilì un piano di difesa, che non portò i risultati sperati sia per la violenza dell’offensiva dal Nord, sia per una carenza di organizzazione dell’esercito italiano che non riusciva a coordinare a pieno le armate impegnate sui vari fronti. L’attacco molto violento (15 maggio) sbaragliò le truppe italiane, che non trovarono alternativa che ripiegare. Gli austriaci conquistarono posizioni strategiche, tra cui la città di Asiago, ma si trovarono davanti una seconda linea meglio protetta che impedì l’ulteriore avanzata. In questo frangente Cadorna riuscì a riorganizzare l’esercito, iniziando anche con un’azione di contrattacco. Gran parte del territorio ceduto venne ripreso, ma soprattutto venne riaperto di sorpresa il fronte sull’Isonzo con la sua sesta battaglia, che si dimostrò positiva per le armate italiane. Se i successi si rivelarono continui sia sul Carso sia in Trentino, le battaglie si rendevano ancora più dure a causa della difficoltà delle cime da valicare e per il freddo insopportabile. In questo periodo nei pressi di Trento caddero prigionieri i trentini Cesare Battisti e Fabio Filzi, accusati di tradimento dal governo di Vienna e condannati a morte e giustiziati come spie dagli austriaci.

L’Intesa, spinta anche dai modesti successi in Italia, venne indotta a credere che ormai la guerra di logoramento avesse esaurito le energie degli avversari. Malgrado la realtà fosse ben diversa, nei piani dei generali inglesi e francese vi era un piano per il secondo semestre del 1916 per iniziare alcuni movimenti di massiccio attacco. La situazione all’Est apparve nettamente in sintonia con questo fine: i russi con un colpo vincente annientarono le linee tedesche e austriache, raggiungendo i Carpazi. L’esercito britannico aprì altri fronti soprattutto nei Balcani, anche grazie all’entrata in guerra della Romania, ma il risultato si rilevò solo un ulteriore allargamento dei teatri di battaglia con notevoli perdite a fronte solo della con­quista di poche decine di chilometri in località isolate. L’esercito di Bucarest venne in poco tempo sopraffatto dall’impeto austriaco e bulgaro e capitolò, arrecando più danno che vantaggio ai piani dell’Intesa. Anche in Francia sulla Somme il sacrificio di interi reparti venne ricompensato da limitate e insignificanti avanzate.

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L’Intesa in crisi

Alla fine del 1916 gli Imperi centrali erano logorati per le grandi perdite subite, ma non erano da meno i loro avversari. Questi ultimi speravano di sferrare attacchi simultaneamente per rinsaccare i nemici e obbligarli alla resa. Per rendere fattibile l’obiettivo si cercò di rinnovare i piani fino ad allora sviluppati; a Parigi avvenne la sostituzione del generale Joffre, il vincitore della Marna, con il più giovane Robert Nivelle. Questi risultò all’inizio più energico e ottimista del precedente, ma le sue mosse, studiate accuratamente a tavolino portarono solo a vittorie momentanee, che in realtà erano facilitate dai temporanei arretramenti degli stessi tedeschi, organizzati appositamente per dare più slancio ai contrattacchi successivi. I risultati però si risolveranno in vittorie di Pirro per Nivelle, che verrà presto destituito in favore del generale Philippe Pétain, il nuovo eroe di Francia, da poco tornato vincitore dalla campagna difensiva di Verdun.

Anche in Italia i giochi erano pronti per sbloccare il fronte. Cadorna, in base agli accordi interalleati preparò la decima battaglia dell’Isonzo per il 14 maggio 1917. L’operazione ottenne un ottimo successo e le conquiste territoriali risultarono adeguate allo sforzo, ma raggiunte le vette più alte si posero forti dubbi al comando italiano, che risultò indeciso se continuare con l’attacco ai ripidi monti o aspettare e difendersi da una possibile offensiva nemica come quella dell’anno prima. La decisione di Cadorna fu quella di avanzare per bloccare l’accesso alla vallata da Nord. Il Monte Ortigara, vero dominatore della zona, si presentava nudo, tondeggiante con le sue vette a 2.105 metri. Per di più gli austriaci, su postazioni più elevate, lo tenevano con trincee in roccia, caverne e più ordini di reticolati. Il compito italiano si presentava impegnativo, ma la tattica era valida, anche perché i mezzi impiegati potevano essere molti ed efficienti, come le promettenti bombarde. Il giorno dell’attacco, il 10 giugno, pioveva e le nuvole avvolgevano le sommità dei monti, tutti fattori che impedivano il regolare uso dei cannoni. Il solo attacco della fanteria era insufficiente e nessun comandante ordinò la ritirata per paura di confermare il fallimento, che del resto era palese già dall’inizio della giornata. Intanto si tentava di sfondare il fronte anche con l’ausilio di ponti di barche sull’Isonzo, ma entrambi gli eserciti erano sfiniti. L’Italia fu quindi costretta a rinunciare a un attacco profondo, mentre l’Austria in condizioni non delle migliori chiese rinforzi al Kaiser per sistemare la questione sulle Alpi.

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La Russia bolscevica

Il malessere sociale in Russia era spaventoso, l’esercito risultava stanco e demoralizzato, per giunta comandato da ufficiali poco dotati. L’industria non garantiva nemmeno il minimo equipaggiamento bellico, tanto che non tutti i soldati erano in possesso di un fucile. Questi avvenimenti furono la goccia che fece traboccare il vaso dell’insoddisfazione popolare, che era già gravata dalle condizioni sociali ancora legate al metodo feudale e alla scarsità di ogni genere alimentare. La Duma non aveva autorità e il monaco Rasputin fino alla sua morte (dicembre 1916) esercitava un notevole potere sul monarca. A marzo le agitazioni iniziarono a svilupparsi a Pietrogrado, alle quali si unirono anche interi reparti di disertori, che occuparono militarmente la capitale. Le ripercussioni sul fronte furono prevedibili, anche se gli alleati francesi e inglesi, pensando a rivitalizzare le ostilità, speravano che le agitazioni potessero al contrario suscitare un impulso per il sollevamento nazionale. In questo stato di cose lo zar abdicò e si susseguirono consigli di soldati, provvisori e poco energici. Intanto tornarono in patria dopo un lungo esilio i capi del socialismo rivoluzionario, i bolscevichi, appoggiati anche dalla diplomazia tedesca, che favorendo l’agitazione sociale in Russia, intendeva così snellire la pressione militare del doppio fronte. Da questo momento si imposero come protagonisti della vita politica russa esponenti come Lenin e Trotsky, che portarono il popolo alla formazione di consigli popolari, i Soviet.

Il 7 novembre (25 ottobre per il calendario russo) i bolscevichi salirono al potere. Essi si ersero a promotori della fine della guerra imperiale, considerata lo strumento in mano alla borghesia per distruggere la coscienza delle classi proletarie internazionali. Dopo la denuncia di ogni precedente accordo diplomatico segreto, le trattative per la pace si svolsero a Brest-Litovsk. I delegati tedeschi, facendosi forti dell’assoluta volontà dei rappresentanti dei Soviet di ottenere la pace a qualsiasi costo, imposero durissime condizioni. Trotsky, il commissario agli affari esteri, tentennò diplomaticamente, ma i tedeschi sembravano avere la capacità di ottenere le medesime condizioni dettate anche con le armi. Dopo ulteriori ripensamenti l’accordo venne raggiunto: la firma ebbe luogo il 3 marzo 1918, che precedette di poco anche quella rumena, ultimo baluardo dell’Intesa in oriente. La disapprovazione di Londra e Parigi per la defezione russa si fece sentire, ma Lenin si giustificò affermando che la pace era stata rimandata per troppo tempo. Il governo dello zar aveva sacrificato la vita del suo popolo per la causa borghese e in quel periodo il nemico aveva impegnato con decisione le proprie forze a Est, malgrado i russi fossero in ginocchio. Per la rivoluzione proletaria tutti ottimi motivi per ristabilire la pace, anche a costo di pesanti sacrifici territoriali.

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Gli Stati Uniti entrano in guerra

Finora si è parlato della Grande Guerra come conflitto esclusivamente in chiave europea, ma con ciò non va dimenticato che le nazioni in lotta si stavano impegnando anche nelle rispettive colonie e seppur in maniera marginale anche il Giappone alleato con l’Intesa stava contribuendo nel conflitto contro la Germania in Estremo oriente. In questo contesto «mondiale» l’unica grande potenza apparentemente neutrale e isolazionista risultava ancora essere gli Stati Uniti. In realtà, anche se il presidente Woodrow Wilson si professava come un puro idealista, assolutamente estraneo all’intromissione in una «guerra civile europea», non ammonì i floridi traffici commerciali, che il suo paese intratteneva, impegnandosi ad appoggiare regolarmente l’Intesa, ormai divenuta America-dipendente per le forniture militari. Al contrario i legami con la Germania erano stati rotti da almeno un lustro, perché il colonialismo e i commerci statunitensi si scontravano con quelli del Reich. In questo clima l’attivo impegno nella guerra non poteva escludere i convogli americani dai numerosi atti bellici tedeschi. A partire dal 1915 numerose navi di ogni tipo, tra cui la più famosa fu la Lusitania, furono bersaglio dei colpi degli U-Boot. Questi avvenimenti, se in un primo tempo causarono solo ammonimenti diplomatici di Washington, solo nell’aprile del 1917 portarono all’effettiva dichiarazione di guerra, per la quale per la prima volta si mobilitarono anche la popolazione di colore e le donne. Da principio gli Stati Uniti si trovarono inadeguati rispetto ai popoli già in guerra, ma seppero sfruttare la loro posizione di benessere, ottenuta in pace, per imporsi come prima potenza mondiale.

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La rotta di Caporetto

Il disimpegno russo non poteva che rinforzare le posizioni degli Imperi centrali sugli altri fronti, primo tra tutti quello alpino. Le truppe germaniche spostate in Italia e comandate dal generale Otto von Below si fecero subito sentire. Venne preparato un piano di invasione in grande stile. Da parte italiana i generali Capello e Cadorna erano a conoscenza dell’operazione, ma in parte la sottovalutarono, in parte vennero fraintesi o volutamente non svolti gli ordini assegnati. Nella notte tra il 23 e 24 ottobre le batterie austriache iniziano l’offensiva presso Tolmino, nella quale vennero impiegati anche gas asfissianti.

Gli italiani, presi di sorpresa, vennero colti dal panico, le riserve erano lontane dalla prima linea, nella quale per giunta dopo mesi aspri si respirava aria di stanchezza e di agitazione tra i soldati, di norma sanzionati per questo con tribunali speciali e fucilazioni in massa. Di fronte a questo clima di terrore la tattica impiegata fu la fuga pura e semplice. La ritirata fulminea portò a una catastrofe immediata e Cadorna per salvare il salvabile ordinò di raggiungere il Tagliamento, dove effettuare un’idonea difesa. Intanto l’aviazione e i reparti di cavalleria tentarono in ogni modo di fermare, almeno temporaneamente, i nemici che avanzavano.

Il Tagliamento venne presto forzato e quindi l’unica speranza rimaneva raggiungere il Piave, nettamente in posizione avanzata in territo­rio veneto. Anche le truppe del Trentino furono obbligate a ritirarsi, arrestandosi sul Monte Grappa, punto strategico per la difesa della linea. La ritirata al Piave si concluse il 9 novembre, data in cui Cadorna venne sostituito, quale capo di Stato maggiore dell’esercito dal generale Armando Diaz. L’entusiasmo austro-tedesco non si placava, inebriando gli eserciti, convinti di concludere la pace con un’Italia martoriata e amputata già del Veneto. I numerosi attacchi al Grappa e sulle rive del Piave, per entrare nella valle del Brenta, furono tuttavia vani. I soldati italiani, anche se in condizioni di inferiorità o di svantaggio riuscirono a tamponare l’avanzata del nemico. Insieme ai veterani, tra le file italiane ebbero il battesimo del fuoco anche giovani sbarbati di appena diciassette o diciotto anni: i ragazzi delle classi ‘99 e 1900, che iniziavano a imparare a vivere in trincea e a sopportare il freddo e la stanchezza. Tra novembre e dicembre molti furono i tentativi di valicare il Piave, ma altrettanti si rivelarono le imprese di ostacolo. La battaglia del Grappa, la più duratura, si esaurì il 19 dicembre.

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L’incertezza del fronte

I britannici, che parteciparono in collaborazione con i francesi su quasi tutti i fronti, per il momento spostavano il grosso delle truppe a Nord, presso Cambrai, dove avevano intenzione di mostrare la loro nuova arma micidiale il «tank» (letteralmente serbatoio, nome in codice per renderne ancora più segreto l’uso). Il compito dei carri armati era quello di allontanare dalla Manica le truppe tedesche, che anche grazie all’impiego dei sommergibili riuscivano ad affondare gran parte del naviglio dell’Intesa, impedendo le comunicazioni sia militari che commerciali tra i paesi in lotta. Il primo attacco cingolato, avvenuto il 20 novembre, era composto da 380 unità; i tedeschi furono colti dalla sorpresa e dal terrore, ma l’inesperienza e la poca fiducia inglese per i nuovi mezzi diede tutto il tempo al nemico di ricomporsi e di contrattaccare. Alla fine anche questa battaglia finì con un nulla di fatto, segnando però l’ingresso nella storia di un’arma non poco secondaria negli anni successivi.

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L’alba della fine

All’inizio del 1918 l’Intesa si trovava sulla difensiva, proprio perché negli ultimi tempi non aveva navigato affatto in acque molto calme; gli Stati Uniti iniziavano a concentrare nel conflitto le sue forze migliori e quindi gli Imperi centrali vedevano come ultima speranza di vittoria o almeno di una pace ben negoziata, l’attacco decisivo in profondità per garantirsi un buon presupposto territoriale in vista degli eventi futuri. In Italia la situazione era in netto sviluppo, la crisi successiva a Caporetto si era conclusa e l’esercito appariva di nuovo organizzato e armato; in Francia l’esercito del Reich stava preparando l’ultima spallata e il 21 marzo iniziò, anche con l’ausilio dei gas, un’offensiva in grande stile: la seconda battaglia della Somme. La rotta britannica fu spaventosa, la ritirata si allungava per 60 chilometri e in 90.000 caddero prigionieri degli avversari, che però non riuscirono a raggiungere la città di Amiens, fissata come obiettivo finale.

Anche a Nord i tedeschi avanzarono e sembrava che la stessa Parigi fosse nuovamente minacciata, rimanendo però il bersaglio preferito delle batterie tedesche e del possente cannone Bertha, in posizione a 112 chilometri dalla città. Per gli Imperi Centrali solo vittorie, ma questa invincibilità si frantumò il 15 giugno sul Grappa e lungo il Piave, dove in un primo tempo le truppe del generale Conrad fecero partire una potente scarica d’artiglieria. Gli austriaci tentarono di valicare il fiume con barconi, ma vennero respinti dappertutto. Tale impegno nella prima parte sfiancò gli austriaci e la risposta di Diaz non si fece attendere, portando al successo non solo l’esercito italiano, con ripercussioni favorevoli sulla popolazione, ma anche una nuova energia all’Intesa con la sua prima vittoria del 1918.

In quel periodo anche l’aviazione partecipava con profitto alle operazioni; se nel trevigiano cadde l’asso italiano Francesco Baracca, sul fronte francese trovava l’eroica morte il pilota simbolo della Grande Guerra, il «Barone rosso» Manfred von Richthofen. I successi italiani portarono a riesaminare i piani del comando supremo di Berlino, che ora spostava ingenti truppe sul fronte della Marna. Tali operazioni logistiche non cambiarono la situazione, nettamente favorevoli alle truppe francesi, britanniche e statunitensi. Ludendorff tentò in tutti i modi di organizzare attacchi, inutili e auto laceranti. Nei Balcani si ripetevano i risultati degli altri fronti: la Bulgaria firmava la pace dopo una carrellata di sconfitte, inflitte anche dal corpo di spedizione mandato dall’Italia, che aveva la meglio anche in Albania, da dove riuscì a scacciare completamente gli austriaci.

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Vittorio Veneto e la vittoria finale

Diaz, dopo l’eroica difesa e il contrattacco del Piave, concesse un pò di riposo ai suoi soldati, anche perché la sua «guerra» si stava combattendo contemporaneamente contro il maresciallo Foch, il governo francese e quello italiano, presieduto dal ministro Orlando. Da Parigi si sosteneva che il fronte italiano non poteva garantire la vittoria, relegandolo a esclusiva valvola di sfogo per distrarre le il grosso delle truppe austro-tedesche dislocate sulle Ardenne. Per questo in Italia erano necessari solo piccoli e molti attacchi. Diaz era insoddisfatto di tali giudizi semplicistici e, a rischio della sostituzione, convinse Orlando a portare avanti una grossa operazione, anche dando più autorità ai generali alleati in Italia, che per questo poi si sarebbero considerati gli unici artefici di numerose vittorie. Gli attacchi principali si svolsero in Trentino, dove vi furono ripetute avanzate e ripiegamenti sulle cime più rilevanti. Anche il Piave venne superato, facendo ritirare considerevolmente gli avversari verso il Friuli. A Vittorio Veneto si ebbe il successo decisivo il 29 ottobre, con il quale si spensero anche le ultime resistenze nemiche; l’avanzata continuava. Vennero liberate in successione Trento, Udine e Trieste. Tra il 29 e il 30 iniziarono le trattative di resa a Villa Giusti, presso Padova, dove si decisero gli estremi (ore 15 del 4 novembre) per le operazioni di resa. La notizia della capitolazione austriaca e l’eventualità di un attacco italiano da Sud costrinsero il governo del Kaiser a prendere provvedimenti, che porteranno alla definitiva conclusione delle ostilità l’11 novembre anche sul fronte francese con la firma della resa tedesca su un vagone ferroviario presso Rethondes.

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Eerste Wereldoorlog. Generaals Foch en Weygand voor het treinstel in Rehtondes, nabij Compiegne, tussen de wapenstilstandsonderhandelingen van november 1918 door.

Vincere la guerra, perdere la pace

Conclusesi le ostilità dovunque, nel 1919 vennero iniziati gli incontri per stabilire le nuove regole dell’Europa. In un primo tempo a Parigi i vincitori scelsero una politica di equilibrio, basata sui 14 punti del presidente Wilson, esempio di libertà e di pace. Le condizioni vere e proprie vennero dibattute successivamente in numerose sedute sia durante la Conferenza della pace nella capitale francese sia in appuntamenti al vertice su questioni specifici, ma esse crearono veri contrasti anche tra le Potenze Alleate e Associate. Infatti i trattati di pace, invece di riportare un durevole equilibrio nei paesi martoriati, crearono attriti, rancori, rivendicazioni, problemi politici ed economici, che alimentarono ben presto nuovi odi nazionalistici e nuove mire imperialistiche, preparando le premesse per un nuovo, più terribile conflitto. Le nazioni vincitrice, secondo un criterio di «giustizia» a dir poco discutibile, ridisegnarono completamente l’Europa: la Gran Bretagna riprese una funzione di egemonia coloniale ed economica, mentre la Francia, umiliata la Germania, riacquistava il primato militare in Europa, accrescendo, con le miniere di ferro della Lorena e le industrie tessili dell’Alsazia, la propria potenza industriale. Anche l’Italia, pur non avendo ottenuto tutti i territori cui aspirava (non solo fu esclusa dalle colonie, ma gli fu negata anche Fiume, città cara a D’Annunzio, che la occupò militarmente), riuscì a raggiungere i propri confini naturali nonché una posizione di vantaggio anche nell’Adriatico orientale. Gli Stati minori, in parte nuovi o rimodernati, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, Romania, acquisivano invece la loro fisionomia di nazione, si avviavano faticosamente verso strutture moderne, cercando di sanare i contrasti interni (nati dalla fusione di popolazioni assai diverse per lingua, religione e etnia) e di resistere alle pressioni esterne, che provenivano sia dalle nazioni sconfitte e «revisioniste», sia dalla nuova Russia comunista che con insistenza cercava di recuperare importanti regioni, nel frattempo assegnate agli Stati baltici, alla Cecoslovacchia, alla Romania e alla Polonia. Questa, ottenuta l’indipendenza e un libero accesso al mare, ereditò anche diverse zone a maggioranza tedesca molto insidiose per i suoi con­fini, nonché l’incombenza di trovarsi nel mezzo tra il corpo della Germania e la sua appendice separata della Prussia orientale. Nell’immediato però il governo di Varsavia dovette vedersela con l’aggressività di Mosca. Dopo una campagna a fasi alterne, i polacchi, non solo riuscirono a ricacciare dai propri confini i russi invasori, ma inflissero loro anche una così schiacciante sconfitta tanto da penetrare per circa 200 chilometri oltre la «Linea Curzon», tracciato che a livello internazionale era stato stabilito in precedenza come limite orientale del nuovo stato polacco. Come è facile comprendere, questa revisione dei confini, con relativo passaggio di popolazione ucraina, lettone e bielorussa sotto il governo di Varsavia non poteva che riaccendere contrasti, ancora lungi dall’attenuarsi.

Per quanto riguarda le nazioni sconfitte, il problema più spinoso rimase proprio quello della Germania che, privata della flotta (autoaffondata prima della resa a Scapa Flow), dell’esercito (ridotto ad appena 100.000 uomini), delle preziose regioni francesi di confine e da quelle cedute rispettivamente al Belgio, alla Danimarca, alla Cecoslovacchia e alla Polonia fu colpita da una crisi economica incalcolabile e dall’obbligo di versare forti riparazioni di guerra, che causarono tra l’altro anche una profonda svalutazione del marco. Anche l’Austria, ridotta a un piccolo stato senza sbocco sul mare ma con una grande capitale, si trovò davanti a gravi problemi di tipo economico e finanziario. Stessa sorte tocco a Ungheria e Bulgaria, mentre la Turchia, divenuta repubblica sotto Kemal Atatürk e vinta una nuova guerra, questa volta per l’indipendenza contro la Grecia, iniziava un florido avvio di svecchiamento e di completa modernizzazione.

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Roma capitale di occupazioni e liberazioni

Roma capitale di occupazioni e liberazioni

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Roma ha rappresentato nel corso dei millenni il palcoscenico privilegiato per attività culturali, scientifiche, artistiche e religiose. La sua posizione centrale nel Mediterraneo, i folkloristici usi e costumi, il calore della gente, la capacità di accoglienza e di assimilazione hanno reso l’Urbe capitale indiscussa per ogni cittadino del mondo. Scrittori, pittori, uomini politici e di spettacolo hanno cercato e trovato appagamento nel visitare i suoi capolavori o nel vivere tra i sette colli, come il latino ha conquistato tutti i continenti, magari volgarizzato nei suoi termini dall’imperare della lingua dei “barbari” inglesi.

Ebbene, Roma rappresenta tutto questo, ma non solo. Essa, nel corso della sua storia, ha visto sopraggiungere oltre ai pellegrini e ai viaggiatori anche ricorrenti schiere militari, desiderose di conquista e razzia. I libri sono ricchi e densi di questi drammatici avvenimenti, figli della guerra e dei momenti di crisi, che a prima vista sembrerebbero stonare con i fasti dei Cesari e dei Papi. Invece, anche tali esperienze hanno permesso a Roma, dopo saccheggi e devastazioni, di tornare a primeggiare in fatto di splendore e di cultura.

Mancava una storia incentrata sulla città, vista sotto il profilo guerresco degli invasori, e grazie alle ricerche dell’ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis, con il suo “Siamo entrati a Roma” (Pragmatica edizioni), oggi possiamo ammirare uno splendido e inedito affresco dell’Urbe eterna.
L’Accademia dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo e massima istituzione culturale italiana, nel pomeriggio di lunedì 22 giugno 2009 ha ospitato la presentazione del volume, sommando a sé la centralità della tradizione erudita alla capacità di innovare, attraverso studi aggiornati e dinamici.

La sala era gremita, sapendo raccogliere a sé esponenti della cultura, della ricerca, dell’informazione e del mondo militare. I quattro (più l’autore) relatori hanno colto, ciascuno dal proprio punto di vista, la percezione che Roma offre e quindi la narrazione che l’Autore propone sotto il profilo storico-politico.

Come moderatore ha preso la parola il professor italo-belga Louis Godart, insigne archeologo e responsabile dei beni artistici presso la Presidenza della Repubblica italiana. La sua origine francofona ha contribuito alla multiculturalità della presentazione, attraverso citazioni dei massimi estimatori d’oltralpe del Bel Paese sul significato di Roma per gli stranieri. Tra questi Napoleone Bonaparte e François-René de Chateaubriand, per menzionare solo i più famosi: «Roma è rimasto l’unico sogno proibito degli imperatori».

Attraverso il paragone di Ciampi con De Gaulle, Godart ha voluto ribadire invece l’erroneità del concetto di “morte della Patria”, che nei casi francese e italiano non fu causata dall’esperienza di Vichy o dal dramma dei giorni successivi all’8 settembre. In modo rinnovato, ma anche lineare, la Patria continuò a vivere nelle epopee resistenziali e di liberazione nazionale dei due paesi, garantendo una continuità storica con le rispettive tradizioni.

La parola è poi passata al generale Vincenzo Camporini, attuale capo di Stato Maggiore della Difesa, che ha voluto inquadrare lo spirito romano di integrazione e di tolleranza, testimoniato ancora dalle strade e dagli acquedotti presenti intorno al bacino del Mediterraneo, con l’attualità. Le missioni di pace, a cui partecipano oggi le nostre Forze armate, possono trovare delle somiglianze con i metodi usati all’epoca di Cesare e di Ottaviano.

L’esercito italiano entra a Porta Pia nel 1870

Un accenno alle responsabilità sulla crisi dell’armistizio poi ha introdotto il discorso di Gianni Bisiach, noto giornalista e applaudito autore di numerosi documentari storico-militari per la Rai. Questi prima si è cimentato in un elenco di tutti gli eserciti, che nei millenni hanno varcato le porte di Roma, poi ha fatto una carrellata delle testimonianze raccolte negli anni, tra i protagonisti del biennio 1943-45. Molto significativi i ritratti fatti del generale statunitense Maxwell Taylor, del colonnello tedesco Eugen Dollmann, del generale Giacomo Carboni e del maggiore Raimondo Lanza di Trabia. Nelle parole di Bisiach emergono anche interessanti retroscena, come la risposta di Badoglio in fuga di «arrangiarsi» rivolta alle reiterate richieste di Carboni sull’andamento della difesa della città oppure il prezioso aiuto che Franklin Delano Roosevelt avrebbe chiesto a Cosa Nostra per facilitare lo sbarco e l’avanzata in Sicilia.

Prima della conclusione dell’Autore che ha incentrato la sua descrizione del libro sulla centralità di Roma come sede di Imperatori, Re e Papi e sulla loro reciproca collaborazione o diffidenza, è stata la volta del professore Tommaso di Carpegna Falconieri, che ha curato l’introduzione del volume. Egli si è incentrato sul ruolo civile e quindi meta-politico della storia e della memoria. Le giovani generazioni, spesso accusate di mancanza di valori e interessi, sono per Falconieri il fruitore privilegiato di questa ricerca, densa ma allo stesso tempo facile nella lettura. Ecco quindi che gli studenti, anche stranieri, che rintracciano in Roma un polo internazionale di vita sociale e di cultura, possono attraverso la lettura di questo libro, inquadrare al meglio la funzione cosmopolita dell’Urbe, che passa anche nel rifluire storico dei suoi frequenti assedi e delle sue violente occupazioni.

La presentazione non è stata lunga, anzi la sinteticità dei relatori ha reso ancora più piacevoli all’uditorio le variegate interpretazioni date sul volume “Siamo entrati a Roma”, che rappresenta quindi – non è eccessivo ripeterlo – un necessario e fino ad ora assente ragionamento sulla funzione e importanza che la città ha guadagnato nei millenni e che ancora sono testimoniate dalla diffusione della sua cultura e dalla moltitudine di pellegrini, turisti e viaggiatori che approdano sui moli tiberini del Terzo millennio.

Le vittoriose uniformi grigioverdi

Le vittoriose uniformi grigioverdi

Erano i primi anni Settanta, quando in maniera pionieristica alcuni appassionati si lanciarono nella realizzazione di innovativi volumi, che avrebbero descritto anche in Italia le uniformi militari per scopi collezionistici o di memoria storica. In capo ai singoli uffici storici degli Stati maggiori oppure a piccole case editrici private si sviluppò quindi la passione per la militaria, che nel breve volgere di pochi lustri iniziò a diffondersi a macchia d’olio anche negli ambienti non del tutto prossimi alle Forze armate.

Oggi si contano numerose riviste specializzate, mercati dedicati a cadenza quasi mensile ai quattro angoli del Paese, nonché un impazzire di forum, siti e spazi virtuali in cui collezionisti, studiosi o semplici curiosi si alternano nell’inserimento di foto o commenti all’ultimo “pezzo” trovato nella cantina di turno oppure su eBay.

Per questo motivo la ricerca storica sulle uniformi e sugli accessori è sempre in aggiornamento, per rinnovato interesse verso la collezione di qualità e verso l’interpretazione della “militaria” come elemento culturale e sociale. Sempre più spesso, anche per una fisiologica diminuzione del materiale genuino e per una ancora non del tutto decollata attrattiva per il periodo post 1945, il ricorso al tarocco, al falso o alla replica invecchiata risulta essere un’abitudine aihmè molto diffusa e dagli interessanti risvolti economici.

L’unica alternativa, rispetto all’amara scoperta di essere in possesso di una patacca, è senza discussione l’approfondimento, la sottile perizia nel saper distinguere l’oggetto autentico da uno che, non avendo le caratteristiche delle normative o di documenti simili, è identificabile come falso. In questo senso è da segnalare l’uscita del nuovo lavoro di Andrea Viotti, edito dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito: Uniformi e Distintivi dell’Esercito Italiano fra le due guerre. 1918-1935.

L’autore, già pioniere della materia uniformologica insieme agli altrettanto celebri Cantelli, Del Giudice, Brandani, Crociani, Ales, Fiorentino e Rosignoli, ha saputo ancora una volta descrivere con un’acuta precisione il vestiario e gli accessori del soldato italiano. Questa volta scandagliando quel periodo di “transizione” – come amano in molti chiamare – che rappresenta il primo dopoguerra, che fino ad ora in realtà si riduceva però a un’incognita nel panorama della militaria. Aveva provato in tempi passati Ruggero Belogi a colmare questa lacuna, con un testo seppure schematico, almeno tuttavia consapevole dell’importanza dell’intervallo considerato. Per molti collezionisti, anche per la non sempre facile reperibilità del testo di Belogi, ciò non poteva bastare. Essi avevano una conoscenza approfondita della Prima guerra mondiale, una sovrabbondanza di pubblicazioni sulla Seconda, con un’inevitabile retrospettiva sulla rivoluzione compiuta da Federico Baistrocchi tra il 1933 e il 1934, ma sugli anni Venti e sulla prima porzione di anni Trenta il silenzio più totale.
 Il volume di Viotti ci spiega anche questo ritardo o meglio, lo si capisce leggendo le sue pagine. Le pubblicazioni (quelle commerciali ma anche in parte quelle istituzionali) nascono quasi sempre per esigenze del mercato di riferimento, che in Italia non sempre trova molto spazio per le uniformi grigioverdi a “collo chiuso”. Chi frequenta i luoghi della militaria sa bene che la maggior parte del materiale esposto è afferente a gusti esterofili (primi tra tutti quelli verso il III Reich). Per quel che riguarda la parte italiana invece, ciò che è più di attrattiva per il collezionista medio è legato alle guerre fasciste, appunto collocate per cronologia a partire dal 1935, escludendo per logica il materiale precedente.

In realtà proprio grazie a Uniformi e Distintivi dell’Esercito Italiano fra le due guerre. 1918-1935 ci accorgiamo oggi della notevole importanza delle numerose variazioni intercorse nel periodo e delle molteplici caratteristiche estetiche, che per approssimazioni successive hanno permesso il raggiungimento delle eleganti silhouette della riforma Baistrocchi. L’analisi delle ripetute sospensioni e dei ripristini delle policromie prebelliche, nonché il tentativo di nobilitare il vittorioso grigioverde, contribuisce a chiarire la logica di un’epoca, dove molte contraddizioni sono anche lo specchio di brillanti idee progettate, ma mai realizzate.

L’opera è divisa in due tomi. Il primo, di natura descrittiva, ripercorre lo sviluppo del corredo, anche grazie alla riproduzione dei verbali delle sedute degli organi competenti. Interessanti molte riflessioni dell’autore, soprattutto sul persistere dello scomodo colletto dritto a discapito del più funzionale rivoltato, prerogativa dei bersaglieri ciclisti, dei reparti d’assalto (meglio noti con il nome di “arditi”) e – solo in un secondo momento – della milizia fascista.

Il secondo tomo, invece, completamento illustrato, apre a 360 gradi tutte le varie sfaccettature dei corredi, fotografando subito il continuo accavallarsi di tenute e capi di vestiario, le cui circolari furono spesso più rapide all’obsolescenza delle rispettive distribuzioni e “consunzioni”, tanto da trovare persino elementi degli stessi reparti con abbigliamento così tanto variegato tra loro. L’apparato delle immagini è molto ricco e di prima qualità, come usanza delle opere dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito.

Da sottolineare, come ulteriore valore aggiunto dell’opera, i disegni a colori, opera dell’autore, che in maniera puntuale presentano le varianti dei gradi, degli identificativi di reparto o di corpo sui copricapo, sulle spalline e sui colletti.

In conclusione quindi un ampio plauso ad Andrea Viotti, che a partire dai testi sulle due guerre mondiali, per passare al monumentale lavoro sul periodo repubblicano, fatica condivisa con Stefano Ales, ora contribuisce ancora una volta a completare il più ampio spazio delle uniformi delle truppe metropolitane italiane del nostro Esercito.

La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea

La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea

La storia, in quanto narrazione e interpretazione di fatti più o meno tragici dell’esistenza umana, è soggetta in modo ricorrente ad un variegato e forse inevitabile uso politico. Questa debolezza non appare quindi una novità, anche se nei suoi risvolti – di massima negativi – può favorire dibattiti e ricerche di un certo rilievo, non fosse altro per riaffermare una missione più indipendente della ricerca e dell’approfondimento. Con queste parole Antonello Biagini, prorettore dell’Università “La Sapienza” e ordinario di Storia dell’Europa orientale, ha stemperato i toni di una tavola rotonda piccante e permeata da influssi politici.

Questo argomento ha fatto da cornice al convegno/presentazione del volume “La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea” di Giulio Vignoli, svoltasi presso la raffinata sede della Fondazione italiani nel mondo a Roma il 17 novembre 2009.

L’occasione ha dato l’opportunità di affrontare alcuni temi, ma anche di inserirsi in vecchie polemiche incrociate, ricorrenti nel dibattito culturale italiano. L’apertura dei lavori è da subito stata molto pungente, perché Gian Luigi Ferretti, rappresentante della Fondazione organizzatrice, ha ricordato i molti silenzi intercorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale da una parte politica italiana sulle azioni violente esercitate dall’Unione Sovietica e dai movimenti a lei fedeli nei confronti di nostri connazionali.

Un esempio ricordato è stato quello della visita nel 1997 in Kazakistan degli allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e ministro della Giustizia Piero Fassino, durante la quale la risposta dei due politici a proposito della triste sorte di molti italiani deportati e uccisi da Stalin, fu che il periodo non era ancora adatto per affrontare con serenità questi temi.

Con la speranza che al più presto possa essere accordata la piena giustizia ai pochi superstiti e ai discendenti dei connazionali perseguitati in terra sovietica, Ferretti ha menzionato alcune proposte legislative finalizzate al riconoscimento della cittadinanza e alla memoria di questi nefasti avvenimenti.

La parola è quindi passata al già citato Biagini. Questi ha dapprima introdotto l’argomento dell’emigrazione italiana, fenomeno che ha investito il nostro Paese per almeno due secoli. Le motivazioni che hanno spinto (e che in parte spingono ancora oggi) molti italiani a intraprendere la via d’oltre confine furono molteplici: fuga dalla fame e dalla povertà, ricerca di fortuna, spirito d’avventura, ricerca di vantaggiosi mercati per i commerci.

Di massima, anche nelle generazioni successive, un legame con la Madrepatria tende a durare senza soluzione di continuità. Se non sempre figli e nipoti accolgono lo studio della lingua degli avi, tuttavia essi possono offrire un contributo alla Nazione. Dopo diverse generazioni un certo interesse rimane acceso, anche grazie all’opportunità di saldare con l’Italia nuove relazioni politiche e societarie oppure rapporti commerciali.

Questi riflessi positivi e di successo, perlopiù minoritari, se da una parte sono fonte di orgoglio, di riflesso marginalizzano quell’ampia parte di concittadini, che non sono riusciti a sollevarsi dalla povertà o che nel frattempo hanno subito discriminazioni o sopraffazioni.

Tali considerazioni impongono quindi di esaminare il problema dell’oblio, già anticipato da Ferretti. Secondo Biagini, il poco interesse mostrato dalla Repubblica italiana verso le tragedie in Unione Sovietica o in Jugoslavia si spiegherebbe dal contesto internazionale in cui si venne a trovare l’Italia all’indomani della Seconda guerra mondiale. La condizione di vinta e l’obbligo di firmare il trattato di pace non permetteva alcuna possibilità di recriminazione verso i vincitori, forti anche del torto fascista di aver portato loro la guerra.

Solo a partire dagli anni Settanta, una volta che la situazione internazionale Est-Ovest si era quasi normalizzata, in Italia si poté iniziare a fare ricerca sui deportati in Siberia o sulle morti dei civili nella Venezia Giulia. Ecco quindi che non si potrebbe parlare di silenzio politico strumentale su questi fatti, ma di inevitabile necessità di dover soprassedere (girare la testa dall’altra parte dice Biagini) perché il fascismo aveva spinto l’Italia verso una situazione delicata e di riflesso responsabile anche dei torti subiti.

Caustica a questo proposito fu la risposta che Kruscev rivolse alla delegazione italiana nel 1960 alla ricerca dei dispersi dell’Armir. Il Cremlino piangeva ancora i suoi 20 milioni di morti durante la guerra d’invasione nazi-fascista, cosa poteva importargli di qualche migliaio di militari italiani?
Il discorso è proseguito con l’intervento di Giulio Vignoli, già ordinario di materie giuridiche all’università di Genova. Egli ha illustrato le tappe della presenza italiana in Crimea a partire dalla metà dell’800. La città portuale di Kerc fu il centro geografico e d’affari per una comunità italiana consolidatasi in ondate successive, con emigrati pugliesi, veneti, campani e liguri, tanto da raggiungere il 3% della popolazione locale. L’autore del volume presentato ha spiegato inoltre come nella regione essi si siano fatti ben volere, attraverso le proprie capacità agricole e come addetti alla marineria ittica, mercantile o in collaborazione con quella militare zarista.

La situazione di benessere e di cordialità con gli autoctoni si consolidò e perdurò, fino all’arrivo del regime comunista, che vide negli stranieri un pericolo da temere e un nemico da combattere. Nel 1939 molti italiani tornarono in Patria senza averi, una volta requisiti ed espropriati i loro beni. Quelli che rimasero furono una minoranza, all’incirca un migliaio che iniziarono a subire vessazioni e tribolazioni. La loro esperienza si andò a confondere così con quella degli antifascisti provenienti dall’Italia, in genere comunisti, che invece trovarono cordiale asilo in terra bolscevica, ma che a parere di Vignoli appartengono di fatto a una nazionalità diversa, perché indifferenti della sorte degli emigrati italiani ormai prigionieri nei gulag.

L’aspra critica, che pone l’autore a questo punto della sua narrazione, è sull’ignavia di alcuni esponenti di spicco del Partito comunista italiano come Gian Carlo Pajetta e Paolo Robotti, che presenti in Russia in quel periodo avrebbero taciuto, anche dopo la guerra, sulla situazione dei connazionali in mano di Stalin.

Vignoli conclude poi il suo intervento facendo una considerazione sui pochi scampati, a cui non furono risparmiate le più atroci privazioni e a cui ancora oggi lo Stato italiano non ha convenuto un riconoscimento. Una volta tornati a Kerc essi non trovarono più nulla di quello che avevano lasciato. Perché rassegnati, una volta richiesto un timido aiuto all’ambasciata d’Italia a Mosca, non seppero dimostrare la loro italianità, visto che a suo tempo erano stati privati dai comunisti dei documenti e delle carte anagrafiche.

Proprio questo biasimo verso le istituzioni della Repubblica ha posto le basi per l’amaro commento di Augusto Sinagra, docente di diritto delle Comunità europee. Questi ha espresso il suo più alto rammarico verso tutti quegli italiani che hanno patito in terra straniera, senza alcuna minima considerazione da parte dello Stato, che si sarebbe distinto solo per pietosi atti di vago ricordo. Rivendicando ancora oggi l’italianità dei lidi dalmati ed istriani, Sinagra ha inoltre commentato l’ingiustizia dell’opinione pubblica nazionale che da un lato esalta i “migliori” italiani nel mondo (facendo dell’ironia sulla dirigenza del Pci) e dall’altro nasconde i tanti Sacco e Vanzetti, sfortunati e disgraziati uomini comuni, che hanno pagato con la vita la colpa di essere italiani all’estero.

Tale sfiducia è stata raccolta da Nicola Paolo Di Girolamo, vice presidente della Fondazione italiani nel mondo, nonché senatore del Popolo delle Libertà, impegnato nelle tematiche legate all’emigrazione nazionale. Questi, sulla scia del (l’ambiguo) principio dello jus sanguinis, ha chiuso il convegno, testimoniando la necessità di massima apertura verso gli italiani e i loro discendenti residenti oltre confine, offrendo loro nel più breve tempo possibile l’opportunità di ottenere la cittadinanza italiana. Il parlamentare inoltre ha posto l’accento, in coerenza con lo spirito dell’incontro, su tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza tragica della deportazione e della prigionia in Crimea. Suo impegno quello di garantire per loro e per le rispettive famiglie un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato, anche in memoria di tutti quelli che sono morti in modo così tragico.

Il convegno è stato di sicuro un interessante palcoscenico per affermare l’esperienza di persone perseguitate e uccise ingiustamente, tuttavia a ben saper leggere tra le righe ha mostrato anche un senso di rivalsa, come a cavalcare una crociata tra un tradizionale e forse desueto jus sanguinis in contrapposizione a un emergente jus solis, affermato invece dalla seconda o terza generazione di immigrati che a buon diritto si sentono italiani, anche se originari di paesi lontani.   E’ fuori discussione che nelle vene di molti cittadini argentini o australiani scorra ancora sangue italiano, ma probabilmente se un vecchio adagio britannico recitava che i diritti civili sono prerogativa di chi paga le tasse, forse la cittadinanza italiana spetta più a chi vive e lavora in modo stabile nella Penisola, versando tributi e ricevendone in cambio scarsi servizi, piuttosto di chi identifica il Bel Paese con la pizza, Elisabetta Canalis o Francesco Totti.